lunedì 31 dicembre 2007

Dolce notte

Quando ti ritrovi a piangere per chi non meriterebbe nemmeno una lacrima, allora capisci che in questo mondo, di razionale, c’è davvero poco. Ti accorgi che nessuna cosa ha un senso, se non quello che ognuno di noi vi trova. A quel punto puoi fare ben poco. Inizi col chiederti il perché di queste verità e perché debba per forza essere così. Finisci col pensare al motivo per cui ti ritrovi sdraiato, alle due di notte, a piangere come un bambino che non sa niente della vita, di qualsiasi vita. Pensi che ci sarebbero mille altre buone cause per cui varrebbe la pena piangere, che meritino davvero il tuo dolore. Ma solo una ti spegne e ti accende a suo piacimento, innanzi alla tua impotenza. A tal punto che vorresti cancellarla per sempre dai ricordi, dall’esperienza, dai pensieri di oggi. Perché non c’è significato, non c’è una razionale origine che spieghi la tempesta che inonda la tua testa, stritola i tuoi occhi, soffoca il tuo cuore e scatena il tuo patire. Forse i ricordi belli, i momenti insieme, insieme per davvero. Forse il fascino di quel passato apparentemente così lontano, ma più vicino adesso di qualsiasi altra cosa. Cancellare ciò che è stato non è possibile, perché si dimentica solo ciò che non conta. E lei per te contava più di ogni altra cosa.
Nel frattempo la terra prosegue il suo giro intorno al sole, persone che non conosci svegliano la propria vita, altre spengono la luce per qualche ora.
Tu sei ancora lì, sdraiato, con le guance appena umide. Ma con un nuovo sorriso che solca la tua faccia. Perché? Perché adesso arriva il futuro, il più bel futuro del mondo. E non può essere altrimenti.

giovedì 27 dicembre 2007

Puro amore del nulla

Una valle estesa, una prateria di lunghi ciuffi: il silenzioso soffio del vento li solca, li accarezza, li sconvolge. Poi un tuono, un albero squarciato, le fiamme nel buio pesto della notte. Il crepitio incessante, la cenere leggera nell’aria. Un lamento lontano, indistinto, terribile. La terra comincia a inghiottire i suoi ospiti, trascinati nelle profondità del mondo. Tutto viene risucchiato, tutto viene mescolato e compresso. Nel silenzio, ora assoluto. Poi la tregua, la superficie come lunare. Un deserto di grigia cenere, soffice al tatto. Non più vita, no. Non più suoni. Nessun profumo, se non l’odore della materia bruciata. Non un filo di vento. Come lunare. I miei passi, sordi. Inutili nell’omogeneità del resto. Non percepisco scosse, né frastuoni. E’ la morte, nel sogno. E’ un sogno di una realtà inconoscibile. E’ inebriante follia di menti creative. E’ puro amore del nulla.

mercoledì 19 dicembre 2007

Cessiamo

Inseguite il vostro sogno. Difendetelo dagli attacchi degli scettici, che inevitabilmente si moltiplicheranno intorno al vostro io. Seguite la sua scia: essa darà un senso alla vostra vita, un senso nuovo per ogni nuovo sogno. E più lunga sarà la scia, più il pragmatismo e la diffidenza del vostro personale pubblico sarà messa alla prova. Nessuna energia profusa per un sogno sarà mai energia sprecata, non esiste sogno che non valga la pena di essere vissuto. Una vita senza sogni è un bambino senza gioia, senza i suoi giochi. Cessate di ragionare. Cessiamo insieme.

lunedì 17 dicembre 2007

Ti amo

Sfiduciato. Perchè tutte le cose belle sono sempre anche quelle più rare. Perchè i meriti valgono meno del nulla. Perchè anche la cosa più semplice prima o poi diventa incomprensibile. E' inevitabile che uno si ponga delle domande. Di chi è la colpa? Del caso, di se stessi, di altri? Fuori ingrigisce e infreddisce. Tante belle parole, poi basta un solo unico fatto, una mera azione e quelle stesse parole perdono valore. Se siete depressi per conto vostro, non continuate a leggermi: rischiate la bara. Che poi ti dicono che la felicità te la crei da te. Ma allora perchè non siamo tutti felici? Perchè c'è sempre qualcosa di disarmonico? Perchè la perfezione, o perlomeno la sua parvenza, è così fragile? Perchè ognuno di noi vede le cose in modo diverso? Perchè per qualcuno è così difficile adattarsi, mentre per altri è la cosa più facile del mondo? L'amore esiste o è solo un aggettivo stuprato da molti? Certe volte non basta nemmeno la speranza. E uno non può nemmeno pensare ai ricordi più perfettamente belli, perchè è peggio. Come quella volta... pensare che era solo qualche settimana fa è incredibile. E insieme a quel ricordo, il rimorso di non aver apprezzato a sufficienza quegli attimi quando erano ancora presenti. Perchè non mi basta mai quello che ho? Che mica ho poco, intendiamoci. Perchè l'ambizione nutre i sogni? Perchè viene solo da piangere?
Ti amo

Quanto costa sognare?

Quanto costa sognare?
Quando ti innamori di un fantasma, all’inizio non te ne accorgi. Oppure non te ne vuoi accorgere. Sta di fatto che per quanto paranormale possa essere, quella figura così affascinante possiede comunque qualcosa di tanto reale da colpire il tuo cuore. Così t’innamori di un fantasma, che all’inizio ti abbraccia e sembra lo faccia per davvero. Poi passano i giorni, e ti ritrovi ad abbracciare una nube di fumo, a baciare l’aria, a rincorrere il vento. Svegliarsi da un sogno così bello è difficile, un po’ come quando dobbiamo alzarci presto la mattina ma vorremmo continuare a dormire: a volte cediamo alla pigrizia e ce ne stiamo nel nostro letto; altre volte facciamo uno sforzo e ci mettiamo in piedi. Sognare non costa nulla? Sognare costa tutto. Lo so bene.

Io

Sono pazzo e quasi mai serio. Amo le piccole cose, adoro quelle grandi. Mi piace stupire, sorprendere e incantare. Mi piace far ridere. Mi piace quando sono ispirato, mi piace quella strana sensazione che brucia dentro e mi fa fare bellissime cose. Mi piace essere innamorato quando tutto è bello. Mi piacciono le persone che sono diverse da me e tra loro. Mi piace chi difende una parte di sè. Mi piace trovare l'ago nel pagliaio, o perlomeno cercarlo e illudermi di trovarlo. Mi piace ascoltare un pianoforte e una voce intonata. Amo l'odore della montagna e quello del sale. Amo dormire sulla sabbia, all'ombra, col venticello che mi accarezza. Amo la mia birretta, che mi tranquillizza e mi rilassa. Amo la sensazione di quando rompo il ghiaccio. Amo piangere per un film d'amore. Piango solo per questioni di cuore. Ultimamente solo per lei. Amo uscire con i miei amici, quelli più antichi e certi. Amo tutto quello che è irrazionale, pazzo e inaspettato. Amo mangiare la neve e sentirla sciogliere e riscaldarsi dentro la mia bocca. Amo fare cose belle, amo sentirmi apprezzato. Amo i complimenti e sono sempre sincero se e quando ne faccio. Amo cantare quando sono in macchina, specialmente da solo, con la musica al massimo. Amo la voce del Liga. Amo andare allo stadio, amo la sensazione prima della partita: quella voglia di urlare al mondo, di sfogarsi, di sentirsi imbattibile e onnipotente. Amo immaginare le cose prima che accadano. Adoro scrivere a modo mio, con le mie parole. Amo le emozioni nel bene, le odio nel male. Mi piace fare le cose quando mi va di farle. A volte mi piace ammattire le persone. Mi piace baciare una ragazza. Odio accontentarmi di sognarlo. Amo la siga della Cri. Amo la voce di Uip. Amo gli occhi del Lama. Amo una ragazza che è morta a fine settembre. Amo i dolci veramente dolci. Amo affondare il cucchiaino nel barattolo del miele, e poi stare attento a non farlo colare. Amo mangiare quando ho fame. Amo l'acqua frizzante quando ho troppa sete. Mi piace sentire un profumo che mi ricorda qualcosa, o qualcuno. Amo far venire il nervoso, poi fare pace. Amo le cose romantiche. E basta, poi si vedrà

Sono innamorato

Certe cose ti sforzi di allontanarle. Dalla testa, dal cuore, da te. Una mattina ti svegli e ti sembra di avercela fatta, di avere superato quella questione con te stesso. Poi guardi una sua foto, quasi per caso, e giorni di sforzi si sciolgono in un secondo. I tuoi occhi cominciano a brillare. E anche tu cerchi di convincerti che stiano soltanto brillando, quando in realtà sai per certo che vorrebbero esplodere. Rimani qualche istante in quello stato: niente ti può toccare in quel momento al di fuori di quel pensiero fisso. Hai perso, ha vinto il tuo amore. Allora cominci pensare che forse per lei vale anche la pena di soffrire così, di dare tutto e non avere niente. Per sempre, anche senza sperare che un giorno andrà in modo diverso. Non ti interessi più di te, solo di lei. E pensi di non essere mai stato così, e forse è anche vero. Giri quella foto, ma non cambia niente: lei continua a guardarti dentro, qualsiasi cosa tu faccia, ovunque tu volti lo sguardo. La mattina dopo è la stessa storia delle mattine precedenti: ancora prima di accorgerti di essere sveglio, lei è nella tua testa. Stringi il cuscino, ma diavolo, non è la stessa cosa. Vorresti che si trasformasse, che assumesse la sua consistenza, le sue forme, il suo profumo. Che con la sua voce ti sussurrasse che anche lei, in fondo, ti ama per come sei. Poi ti accorgi di essere sveglio e pensi che forse è ora di smettere di sognare. Ma, come il giorno precedente, basta una foto, le parole di quella canzone, quel messaggio di settimane fa o solo la tua fantasia per capire che soffocare il tuo sogno non può che essere una fatica inutile. I tuoi occhi brillano di nuovo, qualche volta esploderanno pure. Non puoi farci niente né devi cercare altre spiegazioni: sei innamorato, dovrebbe bastarti.

giovedì 15 novembre 2007

Come, mi chiedo

Come fa ad esserci altro, se c'è una storia d'amore? Io non capisco chi non si lascia travolgere, chi rimane lucido. Io capisco chi muore per amore, chi butta via una vita per qualche giorno in più. D'amore. Io non capisco chi deve pensarci su, chi ha bisogno di tempo. Io capisco chi si innamora dopo un secondo, ma non capisco chi smette di amare il secondo successivo. Io capisco chi dice ti amo, ma non chi ha paura di dirlo o di pensarlo. Io capisco chi ama tutti i giorni, non chi lo fa una sola volta. Io capisco chi vende la tranquillità per comprarsi un po' d'amore. Non capisco però chi non è più tranquillo, se si accorge di amare. Vivere e amare sono complementari. Essere amati da chi si ama è l'unico modo per andare oltre all'ordinario. Amare una persona è esser pronti ad odiare la propria vita piuttosto che la sua.

Pensate

Pensate alla straordinarietà della vita, all’infinita varietà della musica, al vortice di occasioni che soltanto aspetta ognuno di noi, all’inconoscibile mistero del nostro futuro, alle innumerabili possibilità di scelta. Pensate a tutte queste cose e alle altre che vi vengono in mente. Vale la pena di vivere questa vita, ognuno la sua. Anche le situazioni di rischio, di paura, di dubbio, di incertezza e di dolore, sono straordinarie. Pensate che miscuglio di sensazioni in questi momenti. Pensate alla straordinarietà delle nostre emozioni: cantate, scritte, poetate, parlate, denigrate, esaltate. Ma sempre e comunque incontrollabili, inspiegabili. Pensate ad ogni sorpresa, a tutti gli eventi inaspettati e al loro effetto. Pensate a quante ancora vi coglieranno. Pensate a quanto non sia confinabile la vostra propria vita. Nemmeno con la morte, perché in questo momento, che ancora vede scorrere il vostro tempo, il vostro futuro racchiude l’eterno, racchiude illimitate possibilità, comunque voi la pensiate. Cercate di cogliere questa straordinarietà, ma senza illudervi: essa continuerà a sfuggirvi, com’è giusto che sia

Finchè avrai il tuo amore

Anche se sarai solo, nella folla. Anche se tutti penseranno allo stesso modo, e solo tu nel modo contrario. Anche se avrai solo una speranza e un po' di fiducia, contro le opinioni che tutti gli altri spaccieranno per certezze. Anche se ti sentirai pazzo, in un mondo di saggi. Anche se nulla sembrerà cambiare, ma tutto solo peggiorare. Anche se avrai milioni di dubbi, e una sola grande consapevolezza. Anche se ogni nuovo giorno sarà più dura, ed ogni notte ancora più scura. Anche se mille saranno i perchè, ed una sola la risposta. Anche quando accadesse tutto questo, non osare fermarti. Non spegnere il tuo sogno per avverare quello degli altri. Prendi la tua piccola grande certezza, stringila forte e difendila dalle persuasioni. Se convenisse sempre fare ciò che dicono gli altri, se fosse sempre meglio pensare quello che pensano gli altri, io, te e chiunque altro non esisteremmo. Se tieni solo alla tua speranza, non barattarla con il consenso. Non rinunciare mai al tuo amore, preferendo la via del non-dolore. Continua a ripeterti che tu ami, che non puoi e che non devi farci nulla. Spegni la mente e addormentati. Non agire contro te stesso, lasciati trasportare dal vento che senti più tuo.
Chiudi gli occhi, tappati le orecchie. E lanciati.

Finchè avrai il tuo amore, non sarai mai solo.

giovedì 8 novembre 2007

La notte

Quando speri che ti venga sonno al più presto, per poterti addormentare e smettere di vivere almeno per un po’, significa che qualcosa non và. Rinunciare alla vita, anche se per poco, è tremendo. Volerlo fare per non stare troppo male lo è altrettanto. Perché la notte non ti risolve i problemi. Te li nasconde per qualche ora, ti distrae con ulteriori sogni. Sogni che svaniscono alle prime luci, senza tormentarti con il loro non avverarsi. La notte, in questi casi, è alcol. E’ droga. E’ distrazione momentanea e illusione di sollievo. E’ anche un po’ speranza. Speranza che al risveglio qualcosa sarà cambiato, che ci avrà pensato lei a sconvolgere gli eventi. Io non so dirti se fai bene a sperare. So solo che io non riesco a smettere di farlo.

martedì 30 ottobre 2007

Qualcuno parlò a Qualcuno

Sottofondo consigliato: "Notturno" oppue "L'apres midi"

Minicapitolo VI “Qualcuno parlò a Qualcuno”
Fu per motivi che non è necessario elencare, che Qualcuno si ritrovò nel buio della sua stanza e incontrò se stesso. Perché è solo nel buio, quando i colori e le forme si dissolvono nell’aria, che ognuno può essere chiunque; e incontrare se stesso. Fu così che Qualcuno parlò a Qualcuno, con queste parole: “Ma ti sei visto? Io ti vedo. Credo che tu non sia degno di essere me stesso. Hai perso lei e hai rinunciato alla tua vita. Causa e conseguenza, senza alcuna logica. Hai messo a rischio tutto ciò che avevi, quando pensavi di non avere nulla, per una donna, che non è nemmeno l’unica al mondo, al contrario di quanto tu ti ostini a pensare. E ora che lei non può più essere tua, ma anzi è già di un altro, non hai nemmeno quel poco che prima neanche consideravi, e che ora vorresti meno solo di lei. Ma ti sei visto? Dopo quel bacio al veleno sei rimasto immobile, non hai reagito. Sei rimasto a fissare il vuoto per troppo tempo, prima di prendere la strada del mare e infliggerti milioni di torture mentali, quasi a incolpare te stesso del tuo dolore, per scagionare lei, che ancora ami.” E più parlava con se stesso, meno si convinceva. Era bravo a persuadere gli altri, non certo se medesimo. Ma il buio più fitto e silenzioso non permette solo di essere chiunque, ma anche di trovarsi ovunque. Così, ogni volta che le palpebre coprivano i suoi occhi (come se quell’oscurità non gli bastasse), Qualcuno volava nella stanza di Lei, silenziosamente, sfiorando le tende della finestra e posandosi a pochi metri dal suo letto. Lo aveva fatto spesso, nelle notti precedenti a quel bacio avvelenato. Provò a farlo anche quella maledetta notte, che non si decideva ad iniziare, né a finire. Ma quella volta, giunto ai piedi del letto di Lei, non la vide sola. Non era più l’unico spettatore ad avere il permesso di ingannare i suoi occhi con quella immensa bellezza. Quello del suo viso rilassato, dei suoi respiri costanti e fragili, dei suoi movimenti nelle lenzuola, non era più uno spettacolo a lui riservato. Peggio. Non avrebbe mai più potuto assistervi. Né, forse, voluto. Almeno fino a quando Lei non fosse rimasta nuovamente sola. Così, dopo pochi attimi, Qualcuno fu costretto, e ripeto, costretto, a riaprire gli occhi. Ma non fu subito rabbia. Non fu rassegnazione. Né lacrime. Per quel poco che gli era stato concesso, Qualcuno aveva visto nel viso di Lei distensione e quiete. Come mai prima di allora. Lei aveva raggiunto la felicità. Lui non era parte di essa. Ma lei era felice, ed ancora più bella fuori con quella pace dentro, seppur ormai di un altro. E in quei secondi di stranezza di pensiero, Qualcuno fu poco se stesso. “Scherzi del buio”, concluse Qualcuno.

Qualcuno parlò a Qualcuno

Sottofondo consigliato: "Notturno" oppure "L'apres midi"

Minicapitolo VI “Qualcuno parlò a Qualcuno”
Fu per motivi che non è necessario elencare, che Qualcuno si ritrovò nel buio della sua stanza e incontrò se stesso. Perché è solo nel buio, quando i colori e le forme si dissolvono nell’aria, che ognuno può essere chiunque; e incontrare se stesso. Fu così che Qualcuno parlò a Qualcuno, con queste parole: “Ma ti sei visto? Io ti vedo. Credo che tu non sia degno di essere me stesso. Hai perso lei e hai rinunciato alla tua vita. Causa e conseguenza, senza alcuna logica. Hai messo a rischio tutto ciò che avevi, quando pensavi di non avere nulla, per una donna, che non è nemmeno l’unica al mondo, al contrario di quanto tu ti ostini a pensare. E ora che lei non può più essere tua, ma anzi è già di un altro, non hai nemmeno quel poco che prima neanche consideravi, e che ora vorresti meno solo di lei. Ma ti sei visto? Dopo quel bacio al veleno sei rimasto immobile, non hai reagito. Sei rimasto a fissare il vuoto per troppo tempo, prima di prendere la strada del mare e infliggerti milioni di torture mentali, quasi a incolpare te stesso del tuo dolore, per scagionare lei, che ancora ami.” E più parlava con se stesso, meno si convinceva. Era bravo a persuadere gli altri, non certo se medesimo. Ma il buio più fitto e silenzioso non permette solo di essere chiunque, ma anche di trovarsi ovunque. Così, ogni volta che le palpebre coprivano i suoi occhi (come se quell’oscurità non gli bastasse), Qualcuno volava nella stanza di Lei, silenziosamente, sfiorando le tende della finestra e posandosi a pochi metri dal suo letto. Lo aveva fatto spesso, nelle notti precedenti a quel bacio avvelenato. Provò a farlo anche quella maledetta notte, che non si decideva ad iniziare, né a finire. Ma quella volta, giunto ai piedi del letto di Lei, non la vide sola. Non era più l’unico spettatore ad avere il permesso di ingannare i suoi occhi con quella immensa bellezza. Quello del suo viso rilassato, dei suoi respiri costanti e fragili, dei suoi movimenti nelle lenzuola, non era più uno spettacolo a lui riservato. Peggio. Non avrebbe mai più potuto assistervi. Né, forse, voluto. Almeno fino a quando Lei non fosse rimasta nuovamente sola. Così, dopo pochi attimi, Qualcuno fu costretto, e ripeto, costretto, a riaprire gli occhi. Ma non fu subito rabbia. Non fu rassegnazione. Né lacrime. Per quel poco che gli era stato concesso, Qualcuno aveva visto nel viso di Lei distensione e quiete. Come mai prima di allora. Lei aveva raggiunto la felicità. Lui non era parte di essa. Ma lei era felice, ed ancora più bella fuori con quella pace dentro, seppur ormai di un altro. E in quei secondi di stranezza di pensiero, Qualcuno fu poco se stesso. “Scherzi del buio”, concluse Qualcuno.

Un Qualcuno qualunque

Minicapitolo IV "Un Qualcuno qualunque"
Qualcuno aveva concluso che l’unica soluzione del problema, era il problema stesso. Come riconquistare Lei? Non riconquistandola. Qualcuno, e ne era sicuro nel momento in cui lo pensò con più forza, avrebbe rinunciato al suo amore. Nel peggiore dei casi avrebbe dimenticato i suoi occhi e il suo profumo, ma almeno sarebbe guarito. Nel migliore dei casi Lei avrebbe reagito alla sua assenza, con la propria presenza. Ma questo era solo il pensiero di un Qualcuno qualunque, e Qualcuno lo seppe bene poco più tardi. Sfumata rapidamente la gioia che l’avere una soluzione tra le mani aveva suscitato in lui, Qualcuno capì che il non far nulla non era il miglior da farsi, ma la peggiore delle scorciatoie. Il suo cuore e tutto se stesso era a tal punto implicato in questo vortice amoroso, che Qualcuno si era fatto vincere dalla paura di agire, che poi non era altra dalla paura di sbagliare. Perché “Perdonare una persona è possibile, perdonare se stessi quasi mai” sapeva bene Qualcuno. Pertanto, Qualcuno aveva paura di tentare qualsiasi soluzione per paura di scoprirne l’erroneità e di cadere nel rimorso (il peggior nemico degli innamorati!). Ma “Essere consapevoli delle proprie paure non è mai sufficiente a cancellarle” pensava a malincuore il nostro Qualcuno.
Allora si sedette. Chiuse gli occhi, per essere solo nell’universo. Si convinse che quella sua vita, infine, non avrebbe avuto alcun senso; e che ne avrebbe avuto ancor meno rinunciando a Lei. Si costrinse a capire che non vi era dunque nulla da perdere, se non un po’ di tempo poco prezioso. Pertanto, aveva deciso: avrebbe riaperto gli occhi, si sarebbe alzato, sarebbe uscito, avrebbe corso sotto la pioggia (anche se fuori c’era il sole come non mai, ma Qualcuno preferiva pensarla a modo suo, e non saremo di certo noi a spegnere i suoi sogni), sarebbe andato da Lei, l’avrebbe trovata ovunque Lei fosse, l’avrebbe convinta del suo impareggiabile, unico amore per Lei, l’avrebbe stretta a sé e baciata, come più gli sarebbe piaciuto, sotto la pioggia. Così Qualcuno aprì gli occhi, si alzò, uscì e cominciò a correre: correva più veloce dei colori intorno, delle auto al suo fianco; più veloce del vento, che pure avrebbe voluto aiutarlo, sospingendolo dolcemente al di là dei suoi sogni. Correva sotto una pioggia di sole, bagnato solo dalle sue stesse lacrime, che copiose e spaventate fuggivano da quegli occhi impazziti. Occhi pazzi d’amore, di paura e di speranza. Gli occhi di un Qualcuno qualunque.

lunedì 29 ottobre 2007


Minicapitolo VII "Qualcuno e i fiammiferi"
I giorni seguenti non furono certo “giorni color arancio”. Qualcuno infatti era solito definire in questa maniera quei giorni particolarmente sereni, mancanti di alcun peso, leggeri a tal punto da sembrare perfino inutili, capaci di sfuggire dalla scia del tempo. Non c’era una chiara motivazione per la scelta del color arancio. Fatto sta che a Qualcuno quello pareva il colore più giusto. E Qualcuno sapeva bene che tutti quei giorni li avrebbe apprezzati solamente nel momento della loro assenza, come accade per tutte le cose che fanno parte, anche se per poco, del mare della bellezza. Questo non vuol dire che Qualcuno non sapesse apprezzare le “cose belle”. Tutto il contrario: Qualcuno riusciva a vedere un sole in ogni fiammifero. Questo comportava conseguenze di ogni genere, negative o positive, a seconda di quanto Qualcuno fosse andato oltre la soglia della fantasia e dell’illusione. Pertanto, l’errore di giudizio era, per Qualcuno, una delle peggiori sensazioni provabili. Ecco perché il dolore non cessava. Qualcuno non poteva provare odio nei confronti di Lei, né spirito di vendetta; e questo perché Qualcuno ce l’aveva unicamente con se stesso. Non riusciva a perdonarsi il fatto di essersi sbagliato, di aver dato tutto ciò che possedeva senza misure, senza prudenza. L’amore per Lei lo aveva reso cieco e incosciente. Ora che aveva finalmente aperto gli occhi, era troppo tardi. Avrebbe voluto farsi del male, ma non lo fece, perché desiderava soltanto stare bene. Pertanto, trascorse la maggior parte di quelle ore pensando a cosa avrebbe dovuto e potuto fare per risollevarsi. Nelle ore restanti i suoi pensieri erano tutti per Lei, tra le braccia di un altro, che non la meritava. Ovviamente.
Decise che la prima cosa da fare sarebbe stata uscire da quella stanza. E così fece. E una volta fuori si sentì quasi meglio, ma era ancora presto per dirsi curato. Passarono così intere giornate, che videro Qualcuno passeggiare a qualsiasi ora del giorno o della notte a fianco del mare. Quello, infatti, era il luogo in cui riusciva a sentirsi “quasi meglio”. In particolare lo affascinava uno dei moli, il più malandato e trascurato. Quella era la frazione di universo a lui dedicata. Fu lì che lasciò lacrime, dubbi e pensieri astratti. Ed ogni giorno poteva tornare a riprenderli, per rivederli o rifiutarli definitivamente. Qualcuno mantenne questa abitudine: come ognuno di noi, amava crogiolarsi nelle poche certezze di cui era in possesso. Gli pareva di aver trovato un certo equilibrio. Almeno fino al giorno in cui, in un fiammifero, vide un sole.

giovedì 25 ottobre 2007

Qualcuno parlò a Qualcuno

Sottofondo consigliato: "Notturno" oppure "L'apres midi"
Minicapitolo VI “Qualcuno parlò a Qualcuno”
Fu per motivi che non è necessario elencare, che Qualcuno si ritrovò nel buio della sua stanza e incontrò se stesso. Perché è solo nel buio, quando i colori e le forme si dissolvono nell’aria, che ognuno può essere chiunque; e incontrare se stesso. Fu così che Qualcuno parlò a Qualcuno, con queste parole: “Ma ti sei visto? Io ti vedo. Credo che tu non sia degno di essere me stesso. Hai perso lei e hai rinunciato alla tua vita. Causa e conseguenza, senza alcuna logica. Hai messo a rischio tutto ciò che avevi, quando pensavi di non avere nulla, per una donna, che non è nemmeno l’unica al mondo, al contrario di quanto tu ti ostini a pensare. E ora che lei non può più essere tua, ma anzi è già di un altro, non hai nemmeno quel poco che prima neanche consideravi, e che ora vorresti meno solo di lei. Ma ti sei visto? Dopo quel bacio al veleno sei rimasto immobile, non hai reagito. Sei rimasto a fissare il vuoto per troppo tempo, prima di prendere la strada del mare e infliggerti milioni di torture mentali, quasi a incolpare te stesso del tuo dolore, per scagionare lei, che ancora ami.” E più parlava con se stesso, meno si convinceva. Era bravo a persuadere gli altri, non certo se medesimo. Ma il buio più fitto e silenzioso non permette solo di essere chiunque, ma anche di trovarsi ovunque. Così, ogni volta che le palpebre coprivano i suoi occhi (come se quell’oscurità non gli bastasse), Qualcuno volava nella stanza di Lei, silenziosamente, sfiorando le tende della finestra e posandosi a pochi metri dal suo letto. Lo aveva fatto spesso, nelle notti precedenti a quel bacio avvelenato. Provò a farlo anche quella maledetta notte, che non si decideva ad iniziare, né a finire. Ma quella volta, giunto ai piedi del letto di Lei, non la vide sola. Non era più l’unico spettatore ad avere il permesso di ingannare i suoi occhi con quella immensa bellezza. Quello del suo viso rilassato, dei suoi respiri costanti e fragili, dei suoi movimenti nelle lenzuola, non era più uno spettacolo a lui riservato. Peggio. Non avrebbe mai più potuto assistervi. Né, forse, voluto. Almeno fino a quando Lei non fosse rimasta nuovamente sola. Così, dopo pochi attimi, Qualcuno fu costretto, e ripeto, costretto, a riaprire gli occhi. Ma non fu subito rabbia. Non fu rassegnazione. Né lacrime. Per quel poco che gli era stato concesso, Qualcuno aveva visto nel viso di Lei distensione e quiete. Come mai prima di allora. Lei aveva raggiunto la felicità. Lui non era parte di essa. Ma lei era felice, ed ancora più bella fuori con quella pace dentro, seppur ormai di un altro. E in quei secondi di stranezza di pensiero, Qualcuno fu poco se stesso. “Scherzi del buio”, concluse Qualcuno.

domenica 21 ottobre 2007

Piè veloce Qualcuno

Minicapitolo V “Piè veloce Qualcuno”
Piè veloce Qualcuno, avrebbe scritto qualcuno. Rapidi i passi verso di Lei, argentate le lacrime nei suoi occhi. Non ci crederete, ma la trovò. La trovò, e quasi non riusciva a crederci. Potrete capirlo, se almeno una volta nella vostra vita siete stati abbagliati dalla perfezione di un momento a tal punto, da dubitare perfino della sincerità dei vostri occhi. Vi consiglio dunque di crederci, perché così è andata.
Magia? Fortuna? No. Soltanto amore, infinita voglia di Lei. Così, voltato l’ultimo angolo, gli occhi di lui incrociarono quelli di Lei. Il sogno di Qualcuno stava assumendo una concreta consistenza, ma non ancora abbastanza per definirsi avverato. Infatti, lo sguardo di Lei non era solo: era accompagnato da quella che, a Qualcuno, apparve come un ombra in piena luce. Un altro essere umano, uno sconosciuto e inutile ragazzo. Colpevole di tutto. Capace di fare suo il cuore di Lei. Quello che non era riuscito di fare a Qualcuno. Aveva vinto lui. E non vi potevano essere dubbi, anche se Qualcuno ne avrebbe voluti a centinaia, e con essi occupare e torturare la sua mente, in quel momento in balia dei pensieri più atroci e disfattisti. Ma la Sorte volle impedire anche questa illusoria e tremenda consolazione, facendo giungere Qualcuno al cospetto di Lei proprio nel momento in cui le medesime labbra che aveva sognato, poi avuto, poi ancora sognato, incontravano quelle dello sconosciuto e inutile ragazzo. In quell’istante infernale, il corpo di Qualcuno, con ognuno dei suoi muscoli, cessò di muoversi. Come poteva ancora battere il suo cuore squarciato? Come potevano i suoi polmoni trovare ancora la ragione per respirare? E per quale motivo le sue gambe avrebbero dovuto fare un passo avanti, o uno indietro? Ogni cosa aveva perso il proprio significato, o meglio, il significato che Qualcuno vi aveva dato. Così, d’improvviso, si ritrovò in un film muto, in bianco e nero, senza pubblico. Lei non lo vide. Gli occhi di lui, nel frattempo, meditavano il suicidio, spinti da un lancinante senso di colpa. Tutto era finito.

giovedì 18 ottobre 2007

Un Qualcuno qualunque

Minicapitolo IV "Un Qualcuno qualunque"
Qualcuno aveva concluso che l’unica soluzione del problema, era il problema stesso. Come riconquistare Lei? Non riconquistandola. Qualcuno, e ne era sicuro nel momento in cui lo pensò con più forza, avrebbe rinunciato al suo amore. Nel peggiore dei casi avrebbe dimenticato i suoi occhi e il suo profumo, ma almeno sarebbe guarito. Nel migliore dei casi Lei avrebbe reagito alla sua assenza, con la propria presenza. Ma questo era solo il pensiero di un Qualcuno qualunque, e Qualcuno lo seppe bene poco più tardi. Sfumata rapidamente la gioia che l’avere una soluzione tra le mani aveva suscitato in lui, Qualcuno capì che il non far nulla non era il miglior da farsi, ma la peggiore delle scorciatoie. Il suo cuore e tutto se stesso era a tal punto implicato in questo vortice amoroso, che Qualcuno si era fatto vincere dalla paura di agire, che poi non era altra dalla paura di sbagliare. Perché “Perdonare una persona è possibile, perdonare se stessi quasi mai” sapeva bene Qualcuno. Pertanto, Qualcuno aveva paura di tentare qualsiasi soluzione per paura di scoprirne l’erroneità e di cadere nel rimorso (il peggior nemico degli innamorati!). Ma “Essere consapevoli delle proprie paure non è mai sufficiente a cancellarle” pensava a malincuore il nostro Qualcuno.
Allora si sedette. Chiuse gli occhi, per essere solo nell’universo. Si convinse che quella sua vita, infine, non avrebbe avuto alcun senso; e che ne avrebbe avuto ancor meno rinunciando a Lei. Si costrinse a capire che non vi era dunque nulla da perdere, se non un po’ di tempo poco prezioso. Pertanto, aveva deciso: avrebbe riaperto gli occhi, si sarebbe alzato, sarebbe uscito, avrebbe corso sotto la pioggia (anche se fuori c’era il sole come non mai, ma Qualcuno preferiva pensarla a modo suo, e non saremo di certo noi a spegnere i suoi sogni), sarebbe andato da Lei, l’avrebbe trovata ovunque Lei fosse, l’avrebbe convinta del suo impareggiabile, unico amore per Lei, l’avrebbe stretta a sé e baciata, come più gli sarebbe piaciuto, sotto la pioggia. Così Qualcuno aprì gli occhi, si alzò, uscì e cominciò a correre: correva più veloce dei colori intorno, delle auto al suo fianco; più veloce del vento, che pure avrebbe voluto aiutarlo, sospingendolo dolcemente al di là dei suoi sogni. Correva sotto una pioggia di sole, bagnato solo dalle sue stesse lacrime, che copiose e spaventate fuggivano da quegli occhi impazziti. Occhi pazzi d’amore, di paura e di speranza. Gli occhi di un Qualcuno qualunque.

mercoledì 17 ottobre 2007

Qualcuno cerca qualcosa

Minicapitolo III “Qualcuno cerca qualcosa”
Qualcuno l’aveva capito: il sentimento che la donna di cui si era innamorato una volta provava nei suoi confronti, ormai, si era appassito. “Come uno di quei fiori che vedi la prima volta spiccare per lucentezza nel verde tutt’intorno. Te ne innamori, e allora prometti a te stesso di tornare il giorno dopo, per coglierlo. Esitazione fatale: la notte di quel giorno se lo porta via, ed il mattino seguente non distingui altro che un prato senza senso”. Così pensava Qualcuno, quasi il rifugiarsi in una metafora potesse alleviare il peso della più concreta realtà. Qualcuno pensava poi di trovarsi di fronte ad un bivio: rassegnarsi a quel destino, così severo con il suo fragile cuore quanto apparentemente inconfutabile, o tentare la riconquista “delle mura che cingono il cuore della mia amata”, come si diceva lui stesso, quasi a dare un tono epico a qualcosa che di epico aveva ben poco: il vero scopo era allontanare il dubbio che il suo intento avesse connotati a dir poco utopici. Ma più della ragione poté la passione: Qualcuno decise che altro tempo non poteva andar perso e che era necessario ingegnarsi in fretta su ciò che andasse fatto. E più pensava ad ingegnarsi, meno s’ingegnava. Poi, l’illuminazione.

lunedì 15 ottobre 2007

Qualcuno era innamorato

Minicapitolo II “Qualcuno era innamorato”
Qualcuno era innamorato. Qualcuno pensava che, proprio per questo motivo, qualcosa andasse storto. O comunque che non andasse per il verso giusto. Che poi è tanto complicato trovare il giusto verso, che Qualcuno si chiedeva se valesse davvero la pena arrovellarsi per coglierlo. Qualcuno continuava ad essere innamorato, innamorato e pazzo. Pazzo perché aveva deciso di rinunciare all’amore per quella ragazza, per amore di se stesso. Senza accorgersi che, in quel caso, amare se stesso era un po’ come odiarsi. Qualcuno aveva anche provato a sostituire quella con altre donne. Ma ogni volta scorgeva il medesimo difetto in ognuna di esse: non erano lei. Qualcuno ci pensò su e concluse che si trattava di un problema senza soluzione: loro non potevano diventare lei, perciò tanto valeva tenersi il suo amore. A questo punto del suo innamoramento, Qualcuno si chiese se un attimo di purpureo nirvana valesse le incatenate ore di rimorso, dolore e pianto. E mentre se lo chiedeva, non si rispondeva. Nel frattempo passò il nirvana, il rimorso, il dolore. E il pianto. Qualcuno pensava che le lacrime scendessero sempre alla fine, perché in qualche modo lavavano la pelle del viso, cancellando le rughe di sofferenza patita. Qualcuno poi si accorse che aveva amato e che era stato amato. Qualcuno disse anche "Io però amo ancora". Ma ognuno ha un proprio orologio dell’amore e questo, Qualcuno l’aveva capito bene. Per lui la mezzanotte scaccia sogni non era ancora scoccata, per la donna che continuava ad amare, invece, sì. Qualcuno allora pensava che il suo amore fosse l’unica compagnia al mondo in grado di generare solitudine. Pertanto concluse che il suo amore era stato nient’altro che un vissuto paradosso; concluse che ogni amore sarebbe stato tale, l’unica differenza l’avrebbero fatta gli orologi. "Ma un secondo d’amore vissuto più a lungo rimane comunque un rapido istante" pensava tra sé, in sé e per sé.

martedì 9 ottobre 2007

"Qualcuno"

Questa è la storia di un ragazzo, che chiameremo Qualcuno, orfano dei tempi appassionati e romantici del passato, catapultato in quelli frenetici ed esigenti del presente.

Minicapitolo I “Qualcuno”
Qualcuno era un ragazzo oggettivamente definibile “simpatico”. I suoi più cari amici (perché aveva tanti, ma tanti cari amici) cercavano assiduamente conforto nelle sue brillanti parole e nella sua avvolgente voce, ogni qualvolta un dispettoso problema interferiva nel loro libero pensare.
Qualcuno era anche uno studente. I momenti che preferiva in assoluto del trovarsi-a-scuola erano due: quello in cui il baffuto professore di letteratura decantava con voce calda ed impostata dei versi d’alta poesia amorosa, e quello in cui la professoressa di inglese gli chiedeva di leggere ad alta voce un passo in lingua originale di qualche autore romantico dell’ottocento. I suoi altri interessi erano la musica (ascoltava con piacere qualsiasi genere di musica, sapeva ogni volta se era il momento giusto per uno Chopin o un Manson), le barche (perché dovete sapere che il nostro Qualcuno abitava in un piccolo e tradizionale paesino di mare, situato in un non preciso golfo di una non altrettanto precisa costa del mondo), il mare (diverse volte in una settimana la Luna poteva spiare Qualcuno osservare ed ascoltare l’Immenso Cullatore) e molte altre cose, come ogni giovane ragazzo dell’universo.

Continua…

martedì 2 ottobre 2007

Nel buio

Spengo la luce. Chiudo i miei occhi.

Fa un freddo cane sulla vetta di questa montagna. I miei piedi nudi affondano nella neve ed ogni volta non so quanto profondi s’inabisseranno. La curva levigata della cima sembra scorrere sotto i miei passi, mentre il Sole si srotola in fretta e và a posarsi e a fissarsi proprio di fronte a me. Posso allungare il braccio fino a toccarlo: le mie dita ne assaggiano la consistenza come quelle di un fanciullo nella marmellata calda di albicocche. Poi le porto alla mia lingua e lei assaggia il gusto della nostra stella. E’ rovente e affilato, è un misto di miele e limone, pepe e petrolio. Con un gesto veloce caccio via il sole. In tasca ho uno spago. Lo afferro e lo srotolo in fretta, stupendomi di quanto sia lunga la sua corda. Annodo un cappio, lo lancio nel sordo vuoto e pesco la Luna. Il taglio della sua forma ne fa un ghigno misterioso, così squarcia il mio filo e scompare rimpicciolendosi. Ora è buio pesto tutt’intorno. Non è più neve quella sotto i miei piedi, è qualcosa di più simile al ghiaccio. E’ bollente. Più che camminare saltello e non so perché ma continuo a farlo, anche se non vedo che il nero dell’aria. Poi il vuoto, anche sotto. Una caduta millenaria: così conosco tutti venti, le brezze e i più flebili soffi della natura. Potrei scrivere un libro di venti, ma peserebbe troppo, infine, per essere efficace. E dopo la caduta il tonfo, senza dolore. Sono nell’acqua tiepida, riesco a scorgere i fumenti di vapore. Immergo la testa e poi tutto il resto, ora c’è molta più luce. Un’oscura massa gigantesca mi sfiora la mano. Nel mio ricordo non rimane che la sua mostruosità. Non saprò mai di cosa si sia trattato, ma avrò pane a sufficienza per sfamare la mia immaginazione. Continuo a nuotare, finché picchio la fronte contro una lastra di vetro. Non devo essere nel mare, ma in una sorta di enorme vaso. Così risalgo e più risalgo più manca il fiato. Le bolle d’ossigeno fuggono dai miei polmoni. Svengo. Mi risveglio con la faccia nella sabbia e con la sabbia nella bocca, nel naso e dentro le orecchie. Gli occhi funzionano ancora abbastanza bene per annunciarmi che non mi trovo su di una spiaggia, ma in mezzo al più secco e arido dei deserti. In lontananza, traballante, uno scorpione brancola come un ubriaco e non mi spaventa, mi fa pietà. Lo afferro, lo mastico e lo ingoio. Svengo di nuovo. Mi risveglio e sono un albero. Posso muovere solo gli occhi, nient’altro. Le stagioni mi vestono di nuovi abiti, le piogge mi rinfrescano e le grandini mi lacerano. Tutto intorno a me si muove, io solo rimango immobile. Così per cento anni. E per cento anni il Sole pare vendicarsi del giorno in cui osai assaggiarlo. Si vendica nel più efficace dei modi: mi osserva senza fare nulla. Non fa nulla, e lo fa per giorni interi. Giorni che diventano mesi poi anni. Muoio.

La luce del Sole trapassa vetri e tende. Mi obbliga a riaprire i miei occhi.

giovedì 27 settembre 2007

Da dove sei uscita?

Da dove sei uscita? Sembri la protagonista di una di quelle storie d’amore complesse e grandiose, pensate e scritte dai poeti del cuore, concentrati e trasportati dall’ispirazione di un suono, di un fulmine o di uno sguardo appena accennato.

Sei il frutto della carica emotiva che soltanto le forze della natura, nel loro scontrarsi e nel loro sopraffarsi, sono capaci di scatenare.
Mi ricordi profumi confusi, ma comunque indelebili e marcati.

Il tuo sorriso è la cura delle mie malattie, è ogni nuovo giorno di vita, è l’energia che sospinge le comete, è la sorgente di luce che fa strada al mio cammino. Non sfuggirai al mio corpo e ai miei pensieri, alle lusinghe del mio petto e alla bramosia delle mie labbra.

Forse in una notte del mio invisibile futuro, mi ritroverò sospeso nel tuo ricordo, schiacciato dalla tua assenza e ispirato da un sentimento non ancora del tutto muto. Sarà una notte di pioggia torrenziale, di fulminei squarci nelle nubi tenebrose, di una luce soffusa per la casa delle mie sentite parole. Ma prima di quella notte, prima dell’ombra di quel tramonto, vivremo inestimabili secondi dorati, scintillanti e magnificamente devastanti.

mercoledì 26 settembre 2007

Io e te non dormiremo mai insieme

Io e te non dormiremo mai insieme
Perchè
Se pure esistesse una stanza
Disposta ad accogliere i nostri corpi silenziosi
Se pure esistesse un letto
Disposto a cederci un poco del suo sostegno
Non potrei chiudere i miei occhi
A tal punto catturati dalle soavi curve del tuo volto
Da impedirmi di negar loro un tale piacere
Una tanto rumorosa sinfonia di preziose sfumature
Pertanto amore
Il mio sonno sarà per te
Soltanto una fumosa ipotesi

lunedì 17 settembre 2007

Amore

Ci facciamo milioni di domande. Ci affanniamo per ottenere una previsione che sia perlomeno verosimile. E’ straordinario come noi uomini veniamo scossi improvvisamente e con una tale energia da quello che, alla fine, non è che il più semplice e complesso dei sentimenti. Semplice, perché inevitabile, evidente e puro. Perché anche solo una canzone può svegliarlo, come una parola ucciderlo. Complesso, per via delle sue molteplici forme, della sua imprevedibilità e di quel tocco di beffarda ironia con la quale è capace, addirittura, di ammazzarci. Sfido a trovare una definizione di Amore che possa accontentare ogni mente: ognuno di noi conosce quella sensazione, ma nessuno è ancora riuscito a spiegarla.

mercoledì 12 settembre 2007

A te

Tratterrò il respiro, pronto a perderlo quando tu me lo toglierai di nuovo.
Ancora mi domando cosa mi hai fatto. Ancora mi abbaglia l’abilità con la quale hai sedotto il mio cuore e ti sei insediata nella storia della mia vita. Mi colpisce la semplicità del nostro amore: in essa si nasconde quel segreto che ci mantiene vicini, per quanto io possa capire. Lo ammetto, credevo nel più alto dei sentimenti, ma ora mi accorgo di quanto ci credevo poco. Ne ho sottovalutato la forza; forse perché la sua potenza si era fatta sentire, prima di sposare i tuoi occhi con i miei, solo per la sua violenza e la sua capacità distruttiva. Con te invece purifico il passato, gusto il presente e già annuso il profumo del futuro. Perché in te non trovo l’errore, lo sbaglio, l’elemento disarmonico. Non lo trovo perché non c’è, non perché resomi cieco di fronte ad esso, come troppe volte ho voluto che accadesse nelle mie antiche esperienze. Ho sempre pensato che il mio fosse un carattere romantico, in tutti i sensi del termine. Finora, però, è stato soffocato dalla mancanza di spazi nei quali sprigionare la propria energia. Per questo motivo ha assunto una tonalità melanconica, nostalgica e un po’ buia. In te invece ha trovato quegli spazi. Ed ora sogno (e sogno con concreta speranza) di vivere insieme le svariate situazioni che da sempre dipingo sulle pareti della mia mente, ma che mai sono potute entrare nella camera dei miei ricordi.

martedì 11 settembre 2007

La nostra costellazione

Sposteremo le stelle, ci guarderemo negli occhi. Senza che alcun fiato fugga dalle nostre bocche, ci intenderemo. Così, disegneremo la nostra costellazione, fissandola con cura nel mare del cielo, e vivremo osservandola. La sentiremo respirare sulle nostre teste e conserveremo come un fragile amore il segreto che morirà con noi. Quel segreto ci manterrà vicini e legherà le mani alla sorte crudele, perché non abbia le nostre lacrime e i nostri spenti cuori. Non temere, mio primo ed ultimo amore, non esiste potere sufficiente ad indebolire il sentimento che vive e ride in noi. Ne sono certo, perché i miei occhi ti amano da quando hanno conosciuto il tuo volto e perché il mio cuore piange una lacrima per ogni metro che ci divide. Mia dolce scoperta, ora sai che cosa provo.

lunedì 3 settembre 2007

Regalami soltanto un bacio

Regalami soltanto un bacio. Lasciami il suo ricordo: nel caso, ingannerò le inevitabili ore in solitudine. Lo sai? Sei più bella di te, mia piccola scoperta. Superi te stessa solo perché esisti. Cosa chiedo? Dipingi il mio ritratto usando le tue labbra, e sii precisa marcando le mie. Che accade? Per una volta non ho chiesto nulla, per risposta ho avuto tutto: non ho ancora capito molto di questa vita. Ma ho capito che ti amo perché, se mi capita d’osservarti, dimentico il senso delle parole: a qual fine parlarti se già stringo il tutto solo contemplandoti? Baciarti, baciarti ancora e ribaciarti, questo è il solo mio volere. E nel frattempo annuso le mie dita, che ancora abbracciano il tuo odore, e già prevedo il tempo dei sorrisi per l’insperata comunione, che sazierà il desiderio e cullerà un po’ il mio cuore. Che accade ora? Si avvicina dolcemente l’atteso funerale del mio viver consueto, del mio amar per non amare. L’incertezza del futuro non è più la solita paura, ma la più forte delle speranze. Non voglio più sognare di vivere, ma vivere per sognare.

lunedì 23 luglio 2007

Ode on a grecian trip

Passante numero Uno
Quante possibilità esistevano (lo chiedo a Te pur non conoscendoti) di rincontrare quel paio d’occhi di Passante? Eppure sono stati due i giorni che hanno osservato l’incrociare dei nostri sguardi. Quel primo mattino di partenza non eri invisibile come tutti gli altri, ma luminosa e ingenuamente bella. Solo mia è stata la fortuna di notarti, solo mia la condanna a non dimenticarti. Il sedile accanto al grande oblò circolare, prima tuo, dopo che hai lasciato la nave è diventato mio. E mio il tuo profumo, solo mio il tuo ricordo e quell’illusoria ebbrezza che seminate Voi Passanti nelle tempie di noi giovani viaggiatori. Quando le tue pupille non erano per me, percepivi le mie fisse su di te. Le sentivi a tal punto sfiorarti le guance, i capelli e le labbra che non potevi non voltare lo sguardo e confermare quella che, in quel momento, era già una certezza: la mia attenzione per te. La mattina dopo sei svanita girandoti un’ultima volta, rispondendo coi tuoi ai miei occhi. La magia del Caso ha fatto il resto, ha deciso che al termine dei nostri viaggi divisi ci saremmo rincontrati su un’altra nave, che per noi era sempre la stessa; ha scatenato un nuovo e ancora dolce gioco di sguardi, ha resuscitato quell’Amore Passante che in realtà non era mai morto. Fino a quell’ultimo istante: io sulle scale pronto allo sbarco, tu poco distante in attesa. Ancora un gradino e poi non ti vedrò mai più, piccola e stupenda passante. Ancora un passo, e un muro di cemento, uno di tempo e uno di memoria ci avranno diviso per sempre. Voltati per l’ennesima ma ultima volta. Regala a questo mio innocente cuore la gioia di possedere nuovamente le tue pupille. E lei si è voltata. Mi ha guardato negli occhi e ancora oltre. Le fiamme che mi ardevano nel petto non hanno disciolto il mio corpo ghiacciato e non sono riuscito ad offrirti il mio umile sorriso. Quale orrendo rimorso è questo, quale sorella agonia che ancora mi accompagna.
In un battito di ciglio mi sono innamorato di te, ti ho amata e ti ho detto addio.

giovedì 5 luglio 2007

L'amore è unica infinità e vera cagion d'essere

Il più delle volte, quando ciondolo sulla nostra natura di uomini e provo a definirla, è inevitabile che vi trovi un che di ridicolo e poco chiaro. La maggior parte di noi si affanna alla ricerca del vero. Chi trova il vero trova anche la sua bruttezza. Il vero è brutto, scriveva Leopardi. E non può che apparire tale alla vena romantica che pulsa nelle tempie di ciascuno di noi. Non può che essere brutto giungere alla consapevolezza che l’unico senso non è che relativo, che la terra non ha motivo di girare né il nostro cuore di battere, che io e te potremmo essere lui e lei, e a pochi farebbe differenza. Comprendiamo che la casualità è l’unica legge e che il nulla è motivo di nascita e culmine di morte. Classifichiamo questo come verità, perché non vi è nulla di più verosimile e semplice. E la verità non può che essere verosimile e semplice.
Ma è a tal punto del suo ragionamento che l’uomo si mostra ridicolo: ha trovato il vero, che è brutto, ed ora ricerca il falso, che è più bello. Scappare dalla dimora del vero e percorrere il sentiero di ciò che non lo è, è tutt’altro che una soluzione. Costruire un edificio che nasconda l’infinita prateria della verità non può essere appagante. Al contrario dell’arte, forse unica vera soluzione; facendola propria, l’artista esprime con la bellezza dell’immagine la bruttezza della realtà. E non è un nascondere, perché si mantiene la consapevolezza, pur conciliandola al bello. Per questo scrivo. Piangersi addosso non cambia le carte che si è scoperto di avere tra le mani. Tanto vale vestirsi da alchimisti e trasformare il carbone in oro, cosicché si colori il triste sapere. E pur gran gioco sarà dei sentimenti, che fanno parte del vero e che sono il combustibile della nostra esistenza. Pertanto, io che credo nel nulla del tutto, nell’egocentrismo di ogni mente, nella finitezza di ogni azione e nella casualità di ogni evento, mi sento cantore del sentimento più alto, l’amore, e indissolubile sostenitore della sua supremazia e della sua vitale necessità: se in questa vita finita non esiste un fine ultimo ed ulteriore, lo scopo d’ognuno sarà d’amare il più possibile e colorare di questa purpurea passione le ore dei nostri inutili giorni. L’amore per ogni finitezza, che sia cosa, persona, immagine o idea, è somma ed unica infinità e vera cagion d’essere.

IL FINALE DELLA TESINA

L’uomo moderno è l’uomo che conquista la sua indipendenza da un falso Dio sovrannaturale, una volta conquistata la consapevolezza di essere creatore e non creatura. E’ l’uomo che considera il passato e il suo contorno di prinicipi, valori, tradizioni e ideali come materia superata o da superare. E’ l’uomo che guarda al futuro senza certezze con curiosità e desiderio di conoscenza. E’ l’uomo che prova un’ovvia paura per l’ignoto, il rischioso e l’incerto, ma è anche l’uomo che supera questa paura spinto dalla sua volontà. E’ l’uomo che prima di giudicare ciò che è bene e ciò che è male vuole sperimentare sia gioie che dolori, sia successi che insuccessi. E’ l’uomo che spinge per un incessante progresso della scienza e della tecnica, e più in generale della propria conoscenza, per ottenere una maggiore consapevolezza di sé, della propria vita e del proprio mondo, libero da ogni limite etico o religioso. E’ l’uomo faustiano.

mercoledì 4 luglio 2007

Le atrocità di Vlad Tepes (seconda parte)

Invitò a palazzo tutti i poveri del suo regno e dopo averli soccorsi appiccò il fuoco al palazzo dove li aveva riuniti.
Morirono così più di duecento persone.
...
Fece arrostire alcuni bambini e obbligò le loro madri a mangiarli.
Poi tagliò alle sventurate i seni e dopo aver costretto i loro mariti a cibarsene li impalò.
Manoscritto n. 806, Monastero di San Gallo, XV secolo

Le atrocità di Vlad Tepes (da cui è nata la leggenda di Dracula)

Il suo strumento di tortura preferito era l'impalamento.
Adottò questo metodo dai turchi, adattandolo alle sue più specifiche richieste: creò metodi diversi per impalare i ladri, i guerrieri nemici, gli ambasciatori del Sultano, i traditori.

  • I ricchi venivano impalati stendendoli più in alto di degli altri, o facendo ricoprire l'asta d'argento.
  • Per i mercanti fece incidere delle tacche sull'asta, il cui ruolo sarebbe dovuto essere quello di aumentare il tempo dell'agonia.
  • Una registrazione dell'epoca, narra che durante un pasto dopo la battaglia, Dracula ricevette la visita di un cronista dal Vaticano. L'uomo si rivolse al Principe dicendo : "Come fate a mangiare qui, mio Signore? L'odore è insopportabile". Dracula ordinò ad una guardia di impalare quell'uomo al di sopra degli altri, di modo che non avrebbe sentito l'odore dei moribondi sotto di lui.
  • Nella città di Sibiu, nel 1460 Dracula fece impalare 10.000 persone, e cosparse alcuni corpi con miele per attirare ogni tipo di insetto.
  • Nel 1459, durante il giorno di San Bartolomeo, a Braşov, Dracula fece invitare a palazzo alcuni mercanti che avevano mostrato odio e disprezzo nei confronti della sua persona. Decise di farli saziare di cibo e, quindi, fece sventrare il primo e obbligò il secondo a mangiare ciò che il collega, ormai senza vita, aveva nello stomaco. L'ultimo mercante venne fatto bollire e la sua carne fu data in pasto ai cani.
  • Nel 1461 un ambasciatore del Sultano turco arrivò nel palazzo, si prostrò ai piedi di Vlad III, ma non si volle togliere il turbante perché rappresentava il simbolo della propria religione. Dracula, irritato da quel gesto, ordinò di inchiodare il turbante alla testa dell'ambasciatore.

martedì 3 luglio 2007

Isola

“Nessun uomo è un'isola” diceva John Donne.
“Nessun uomo è un'isola”, ma aggiungo: ognuno ne ha una.

Nella mia isola si mescolano luoghi onirici e realtà contingenti.
Nella mia isola posso incontrare un ragazzo in smoking che cammina sotto la pioggia e scorre la mano destra su un freddo e lungo tubo di ferro (incline alla ruggine) che delimita i bordi di un ponticello. Nella mia isola posso anche sfogliare i pensieri di quel ragazzo e vedere le stesse cose che vede lui: un letto dalle lenzuola disfatte e il profumo di Lei ancora vivo ed intenso, quasi piangente. Nella mia isola mi basta voltare lo sguardo per ritrovarmi ai margini di un bosco, dove di estende un'immensa frana. Nella mia isola, ai margini di quel bosco, ho in mano due fossili colorati a forma di fiore e di pesce. Nella mia isola la luce del sole ne trapassa la materia ed io sorrido soddisfatto. Nella mia isola Piccadilly Circus è circondata da foreste di abeti che scaldano le loro radici sotto il muschio e si dissetano con piccoli ruscelli. Nella mia isola una melodia può resuscitare i tempi morti e scatenare sincere emozioni. Nella mia isola c’è una stanza le cui pareti sono ricoperte da ritratti, offuscati o chiarissimi, che in un modo o nell’altro emanano decisive influenze a scapito della mia volontà. Nella mia isola se taluni uomini fanno talune cose posso ritenermi soddisfatto, compiaciuto e terribilmente triste. Nella mia isola non abitano salde convinzioni, ma oneste disillusioni. Nella mia isola si può entrare ed uscire con difficoltà o meno, eccetto per me. Nella mia isola io sono prigioniero e consapevole fruitore. Nella mia isola non c’è nulla che manifesti un significato apparente. Nella mia isola la ragione fa fatica a sbocciare, a scapito delle buone scelte. Nella mia isola quando i sentimenti hanno ragione, si fa viva la paura. Nella mia isola io abito e sogno. Nessun uomo è un’isola, basterebbe la stanza dei ritratti per debellare i dubbi; basterebbero le preghiere in ginocchio di fronte a quei ritratti, preghiere a nessun dio, per confermare l’affermazione. Ma aggiungo: ognuno possiede una propria isola e da essa è posseduto.

sabato 30 giugno 2007

Dolce maledirsi

Progressi non si vedono ancora. La ricerca, che pare fievole, è in realtà propulsore immane del manifestarsi della mia volontà. Il fine di questa ricerca ha assunto le parvenze di una maschera. Forse, più che il fine, ne è il mezzo. Difatti, il mio è un continuo sovrapporre la Maschera a tutti i possibili corpi. E tutti questi possibili corpi sembrano poterla indossare senza disagio e con armonia. E’ questa la più abbagliante illusione, che dura solo un giorno. Quel che viene dopo, oramai, esiste per me prima ancora di esistere. La costanza crea esperienza, d’altra parte. E nonostante tutto, porto ancora con me questa bella e orribile Maschera, malattia e antidoto della mia vita. Solo una volta Essa è calzata a pennello, come è uso dire. Solo una volta i lacci furono saldi per più di un giorno; solo una volta non avrei più voluto vedere un corpo senza quella bella e orribile Maschera, anche dopo diverse albe. Ma su di lei, la Maschera cambia volto, diventa ancora più affascinante, più straordinariamente misteriosa nella sua irrazionalità senza spiegazione. La Maschera è la mia e la sua maledizione. Un dolce maledirsi. Un morire a poco a poco, per non morire subito, per vivere ancora. Diventa preziosa, così, la sensazione dovuta alla ricerca, non il suo risultato. E sono consapevole che la Maschera non può essere sconfitta, che il suono del suo silenzio non cesserà mai di tormentare le mie tempie, che saremo compagni di vita; che saremo complici nella morte.
Ora è solo un Notturno in Mi bemolle.

giovedì 28 giugno 2007

Sono io

Ogni suono, ogni bisbiglio, ogni soffio appena più accentuato di tutti gli altri mi da fastidio, questa sera. Nessuno sa, nessuno vuole sapere. Queste parole, invece, sanno qualcosa e sanno di qualcosa. Eppure forse io solo posso comprenderle fino in fondo, e non potrebbe essere altrimenti. Questo non è niente di più che uno sfogo, un conato di sensazioni troppo irruente da contenere.
Questa sera quella proposta non può avere risposta, né altre sere, né al cospetto del sole. Ognuno di noi è un unico io, il resto è contorno. Non posso smettere di ripetermelo. Eppure c’è qualcos’altro. C’è un di più che riesco solo a sfiorare e mai a stringere con forza. Quel di più è la rovina delle mie convinzioni, l’ostacolo più alto finora incontrato. E’ l’aporia massima, il dilemma irrisolto e irrisolvibile. E’ il noumeno di Kant, è il Dio dei cristiani, è la Giulietta di Romeo, è l’infinito di Leopardi; è il principio primo dell’universo, è il motore di carni e di ossa, è quel pozzo infinito nel quale precipitiamo ciechi e stanchi. Nessun uomo è mai riuscito a stringerlo, a dominarlo. Poeti, prosatori, filosofi, predicatori o semplici amanti; nessuno di loro ha potuto completarsi. Non vedo come potrebbe essere mio, un giorno, questo ambito primato. Chiedersi cosa fare è il miglior modo per non fare nulla. Convincersi di questo è sprecare il tempo. Non lo so se la fine della ricerca sia la sua cessazione prematura. Che importa se la rinuncia è l’unica soluzione? Che importa, dato che ottenerla è ancora più difficile che ottenere ciò a cui si vuole rinunciare? Non sono un filosofo, non riesco a strutturare l’esistenza. Sono un ingenuo ragazzo del mio tempo. Sono io, ma non posso più negare che ci sia qualcos’altro.

giovedì 21 giugno 2007

Sogniamo

Quando stendi il tuo corpo sul letto, tra le lenzuola e la coperta, sei consapevole che per qualche ora la tua frenetica vita cesserà di essere vissuta; o meglio, che per un tempo non calcolabile non avrai consapevolezza di essa. Eppure quest’idea non ti spaventa; calano le tue palpebre. Ora è solo uno schermo nero, un’incessante cascata di catrame, uno sguardo all’universo orfano di stelle, il presentimento di ciò che seguirà al tuo ultimo respiro. E mentre sprofondi, incosciente, nel magma della notte, i tuoi occhi, smeraldi burloni, si giocano di te; è loro abitudine attendere il tuo sonno, per poi assistere solitari ai più grandiosi spettacoli, colossali visioni sconosciute perfino all’immaginazione umana, nei suoi momenti di maggiore creatività. In queste feste dei colori invisibili e dei suoni muti, vivono le creature mai nate, si stagliano le praterie impossibili, scompare la logica del tempo e della causa. E nonostante tutto, talvolta, riesci a ingannare i tuoi stessi occhi e sbirciare timidamente quella terrificante bellezza, che la mattina dopo chiamerai Sogno; e la maggior parte delle volte la vista è talmente abbagliante, talmente sconvolgente nella sua maestosità e dispersione, che quando tenti di raccontarla, il tuo ricordo è confuso e distratto a tal punto, da non poter essere espresso con parole e immagini umane.
Non disperare, eccitato cuore.
Questa notte tradiremo la consuetudine.
Accontenteremo le nostre pupille, addormentandoci, ma ci incontreremo sulla medesima spiaggia, fiammante di stelle, sposando i nostri sogni. Così vivremo anche noi, per un poco, nel luogo che orologio non conosce, né ordine; e saremo cullati dall’astrattezza del Tutto, senza nostalgia delle mere esistenze. Così faremo, allietato cuore.
E non avremo bisogno di raccontarlo a nessuno.

Ad un lama

martedì 19 giugno 2007

301

Questa notte è la prima notte prima degli esami della mia vita.
Fa effetto scriverlo, farà effetto anche a voi, leggerlo. Se la vostra sorte è comune alla mia, probabilmente staremo condividendo, già adesso, le medesime sensazioni.
La prima è l’ignoranza. Ci sentiamo ignoranti, ma non perché non abbiamo studiato abbastanza: la verità è che non conosciamo che qualche briciola di come saranno, nella realtà, le nostre prossime quattro prove d’esame. L’esperienza di chi è già andato oltre non è sufficiente. Forse perché questo Esame sarà diverso per tutti, forse perché è giusto viverlo senza filtri. Da qualche minuto, forse lentamente da qualche ora, qualcosa cresce nel nostro petto. Non è ancora paura, è presentimento. E’ l’ombra di un’attesa che comincia ad essere chiara e limpida, nella sua soffocante presenza. Non sappiamo come ci sentiremo fra poche ore e nemmeno domani mattina. Ed è solo la prima.
Però c’è qualcosa di morbosamente affratellante in questa tesa apprensione comune. Del resto, fino ad oggi, l’ansia della prova era stata un giorno mia, l’altro giorno tua, l’altro ancora sua. Oggi no. Oggi siamo in tanti, non dico uniti. Però ci siamo. Fratellanza è la seconda sensazione, dunque.
Senso di colpa. Il terzo sentimento. Un macigno testardo, complicato da dimenticare. Avremmo potuto fare di più. Il tempo c’è stato. Un Mea Culpa che rimbalza da un orecchio all’altro, che impregna la nostra mente di un pesante senso di responsabilità. Però è inutile rammaricarsi adesso. Cominciata la salita, dicono, è meglio non fermarsi: si perde il ritmo e si è perduti. Così troviamo un abbaglio di fiducia in fondo al pozzo della nostra sensibilità. In fondo se siamo giunti fino a qui, senza che nessuno sia riuscito ad ostacolarci (pur provandoci), perché mai dovrà appartenere a noi il timore? Questa non è altro che l’ennesima sfida; se siamo qui ad affannarci, pronti per viverla, è perché altre trecento ne abbiamo affrontate e nessuna di queste, nessuna di trecento, è stata capace di farci cadere per sempre.
Ma ora basta con le parole. Ognuno di noi, dopo un accurata ricerca, troverà domani la forza per alzarsi e mettersi alla prova.
Fidiamoci di noi.

lunedì 18 giugno 2007

Ingenuo poeta del vissuto e del voler vivere
Cessa di girare a vuoto, comincia a credere
Non esiste demone abbastanza crudele
Che possa avvelenare la tua speranza

Se questo è il mio sogno

Se questo è il mio sogno, tu sei quel piccolo fiore di campo.
Nell’armonia del giardino, ogni granello di terra si sente fortunato, se sfiora le tue radici sottili; e farti ombra è il desiderio del sasso; e baciarti di luce quello del sole. L’erba intorno, immota, ti è amica e protettrice. Io, puro contemplatore.
Fermerò Inverno, che odia il verde e la vita, per salvare te, sinuosa corolla; e persuaderò Nube, perché non sia mai troppa la tua sete. Per merito mio non sarà razzia d’api né stomaco di bue. E per sempre sarà dannata la mano che oserà sfiorarti e che non sia la mia.
Se questo è il mio sogno, atroce è il reale destino.
Solo di notte vivrò con te.
Ma per sempre, di te.

martedì 12 giugno 2007

Almeno qualcosa del tutto

Cede la terra al peso del cuore
Gravato d’affanni e danze d’umori
E mentre avanzo, scalciando le piante d’ortica, è chino il mio capo, dal peso, si china l’erba ruffiana: brama di dissetarsi con le mie lacrime, finge la sottomissione, schiava com’è di quest’avidità. Natura indifferente, metafora dei pensieri d’ogni uomo (consapevole o meno del suo egocentrismo), non cambiare; non confutare quest’unica certezza, che il cosmo si alchimia d’egoismi, armonia di molteplici se stesso. La sola consolazione è saper di sapere, almeno qualcosa del tutto.

mercoledì 6 giugno 2007

Milano, quando piove

Com’è bella Milano, quando piove
Quando i tordi, neri, paiono lettere stampate sulla grigia pergamena del cielo
Quando l’aria che accarezza le guance profuma di fiume
Sembrano cornici di tegole rosse i tetti
Cornici di una tela senza luce e senza colore
Che tuttavia ispira la mia mano e invita a respirare

martedì 5 giugno 2007

Contorno

Moriremo tutti.
Talvolta gioiremo. Spesso ci contrarremo. Ci sforzeremo, per vivere. Penseremo, ogni giorno. Sogneremo, ogni istante. Ameremo, sempre e per sempre. Ci irriteremo, ma solo quando converrà. Parleremo da soli. Scriveremo ispirati. Canteremo guardando la nostra immagine. Piangeremo, guardando la sua. Ci fermeremo, ogni tanto. Riprenderemo, ogni volta. Ricorderemo, nelle notti, di quell’altre notti. Guarderemo ogni giorno come quello atteso. Lasceremo ogni tramonto con nuove speranze.
Non è la forza del mattino capace di uccidere il nostro sogno.
Non sono le parole dei nostri spiriti amici abili a convincere il nostro cuore.
Non è mia l’intenzione di eclissare una tale parvenza di illusione.
Ognuno di noi è un unico io. Il resto è contorno.

lunedì 4 giugno 2007

Provando e essere Joyce per la seconda volta

Ecco arrivano puntuali come sempre legati da fibre invisibili sono profumi sono l’estate sono dentro miei vestiti sono nelle tende rosse sono in questo nuovo cibo entra penetra mescola se stesso ma l’ostacolo c’è questa volta l’ostacolo l’ostacolo l’ostacolo pietra da fondere per ora è freddo tutto tutto freddo l’attesa uccide la voglia profumi ancora fiume volante in piena soffia nelle narici sento tutto sento Barcellona Londra Milano Corvara San Vito Mare Montagna estate amori amore amante mai amato eppure amante ancora e ancora a lungo per sempre anche ignorando valore eternità però conoscendo l’avvento dei sogni di Luglio la morte dei fiori la nascita dei frutti illusori velenosi assassini eppure ne voglio frutta infame ne voglio perché ? perché ? rimbomba la testa medesima questione medesima paura medesima speranza che l’estate sia giusta quella attesa finora amando le lacrime amando dolore pazienza timore amando amante mai amato

giovedì 31 maggio 2007

Provando ad essere James Joyce

Provando ad essere James Joyce
Freddo bagnato sulla pelle è l’acqua rincorrente le nostre ombre ora a terra testa nell’erba guance sporche di verde mezzelune costellate di denti abbracciano aria intorno brilla una più di tutte quella voglio incontrare male ahia dolore poi ancora male ahia dolore sciaff sciaff sciaff frush dentro le orecchie scivolose stanza bianco marmo luce quattro pupille parallele quadrato amoroso palpito forte lacrime indecise sguardo deviato da mente rivoluzionaria indipendente lontana da reale desiderio amo lo so amo comprendo amo di nuovo amo per sempre lisce beige soffici piccole mie adesso infilzato rimorso rimpianto stretta male ahia dolore

venerdì 11 maggio 2007

Sembrano così vivi gli alberi

Sembrano così vivi gli alberi, quando il vento li prende a braccetto e li fa danzare al ritmo del suo respiro. Si vedono infiniti movimenti di foglie e di intere fronde. Si vedono i frutti che a fatica si aggrappano al proprio ramo, sposo per la vita, per evitare il suolo e di marcire su di esso. Poi, con intervalli regolari, tutto si placa. Le persiane tornano immobili, le nuvole rallentano, le passanti non si preoccupano più dei loro capelli. Ed io lì nella mia stanza, muovendo solo gli occhi, pensavo a tutto questo, per dimenticare altro. Ma prima o poi i soffi del cielo riposano e il resto emerge di nuovo, senza lasciarsi aspettare, per torturarci ancora. Così le sue pupille, che a lungo avevo cercato, ora non finivano di fissarmi, non cessavano di darmi la caccia, seguendomi anche nei rifugi del sonno. Ed io cosa potevo fare, se non sporgermi dalla finestra e cercare brandelli di realtà, che fossero perlomeno un po’ più interessanti di ciò che offriva la monotonia di quelle giornate. In quel modo avrei distratto il mio cuore, per quanto fosse possibile. Cominciai dunque a scrutare l’orizzonte, occupato da una lunga collina tempestata di piccole casette bianche, che moriva nel mare con un dirupo roccioso. Cercai di concentrarmi su quel panorama, sforzando al massimo la mia vista per non perdermi alcun particolare. Eppure il cuore batteva comunque, per lo stesso motivo. Chi volevo ingannare? Quelle ore della mia esistenza profumavano solo della sua pelle. Tutto ciò che in normali circostanze mi avrebbe ispirato riflessioni e deduzioni, appariva grigio e inconsistente. Le mie braccia, quelle invisibili, avevano ormai stretto un sogno in carne ed ossa. Era evidente che qualcosa doveva accadere. Toccava a me, dunque.

giovedì 10 maggio 2007

Senza una ragione

Senza una ragione, perlomeno apparente, mi voltai senza fretta verso l’insegna di quel bar che avevo sempre visto, ma nel quale non ero mai entrato. Spostai poi i miei occhi sulla vetrina trasparente che mostrava l’interno del locale: su di essa la pioggia di quel pomeriggio di giugno disegnava lunghe lacrime, destinate a riunirsi in piccoli rigoli d’acqua che riempivano gli spazi tra una mattonella e l’altra. Furono quelli i secondi in cui, per la prima volta, l’immagine di lei cominciò a farsi spazio tra le mille altre figure che coloravano i miei pensieri. E solo quando la ragione vinse sulla mia emozione, allora cercai di nascondermi un poco fra i pini marittimi che annunciavano la prima spiaggia. Di certo non volevo farmi scoprire, rischiando così di bruciare in un lampo le infinite favole che già costruivano la mia giovane illusione. Ma non volevo nemmeno rinunciare a quella visione, tanto che cercavo di sbattere il meno possibile le palpebre, in modo da goderne il più a lungo possibile. E nemmeno dopo diversi minuti di dolce ebetismo, il mio cuore e la mia fantasia sembravano sazi. Ero talmente assorto, quasi addormentato nel tepore di quel sogno, che non mi accorsi neanche della resina che, lentamente, si stava impadronendo delle mie dita, anch’esse insensibili in quello stato di grazia.
Quanto avrei voluto essere quel bicchiere, gioco delle sue mani, baciato e svuotato dalla sua bocca. E pure il modo in cui masticava, così tranquilla e silenziosa, pareva sublime.
La gioia che mi accese gli occhi quando constatai che era sola fu un misto di idiozia ed egoismo, ma comunque dettata da quel sentimento che negli istanti precedenti aveva trovato l’occasione per nascere, senza pigrizia.
Lei non aveva nessuno, quindi poteva avere qualcuno. Fu questo il pensiero che mi solleticò in quell’istante.

lunedì 7 maggio 2007

Racconto d'estate

Era estate. La notte cominciava a far suo l’orizzonte, la luce cercava affannosamente riparo dietro al promontorio più vicino. Davanti a me, il molo sembrava un lungo trampolino sull’abisso. Distinguere il mare dal cielo era impossibile, perfino le stelle trovavano le proprie gemelle sulla piatta pellicola dell’acqua.
Era perfetto, non c'era nessuno. Certe sere, come quella, vivere il mondo da solo è il mio unico pensiero. Credo che sia necessario, ogni tanto, cercare di fermare il tempo, quando diventa troppo frenetico, e fare un profondo respiro. In quel momento non desideravo altro. La luce del lampione si faceva sempre più intensa, insieme allo scrosciare della schiuma sugli scogli, man mano che procedevo sulla banchina. Per terra era sparpagliata una moltitudine di ami e frammenti di lenza abbandonati lì da qualche pescatore distratto, o troppo pigro. Il chiarore di quel piccolo faro illuminava un enorme masso, per metà immerso, rifugio degli abitanti del mare e ricoperto da una prateria di alghe fluttuanti. Scelsi quello e decisi che mi sarei seduto lì. Davanti a me, inizialmente, un buio vuoto rumoreggiante. Riuscivo però a distinguere le dolci pieghe che solcavano la nera acqua, scavate dall’immenso ed invisibile aratro del vento.
Avessi avuto una barca tutta mia, di certo quella sera non me ne sarei stato lì, quando tutto, intorno, si muoveva, ed io solo restavo immobile. Come lo scoglio sul quale sedevo, impotente vittima della furia oceanica, così ero io, emerso giusto per qualche secondo, per conquistarmi quel profondo respiro.
E allora sognavo una barca, sognavo una traversata. Sognavo il sole sulla faccia, il completo abbraccio del mare. Sognavo anche lei.
Avrei dato tutto per dormire con la sua testa sul mio petto, cullati per tutto il viaggio della luna dalle onde danzanti. In quel sogno, lei si sarebbe poi svegliata, e mi avrebbe guardato, ingannata dal mio sonno parvente, senza accorgersi che io stesso la stavo contemplando, come fa il pittore soddisfatto con la sua opera, dopo l’ultima pennellata. Lei poi avrebbe chiuso il sipario delle sue palpebre, ma io avrei continuato ad assistere a quello spettacolo. Avrei fatto incontrare il soffio del mio respiro con le sue lucide labbra, avrei sposato le mie coi suoi occhi. Avrei sfiorato i suoi capelli, l’avrei stretta al petto e avrei partecipato anch’io, al suo sonno.
Mentre mi lasciavo vincere da quelle illusioni, guardai in basso, incuriosito da come il fondale sabbioso tenacemente tentava di baciarsi con la superficie dell’acqua, ogni volta che un’onda si ritirava, e la profondità diminuiva. Ed ogni volta pareva riuscirci, ma puntualmente un nuovo flutto negava il realizzarsi di quel semplice desiderio.

venerdì 4 maggio 2007

Come dimenticare una persona

Ci chiediamo come dimenticare una persona.
Ci chiediamo come riuscire a pensare a qualcun altro, o perfino a qualcos’altro.
Raramente, però, ci chiediamo se quella persona vogliamo dimenticarla sinceramente. Quasi mai ci poniamo questo dubbio, che di certo meriterebbe d’esser accompagnato da una non banale risposta. Perché è più facile porsi domande che sappiamo già non avere risposta, piuttosto che porsi quelle la cui risposta ci fa paura.
Ci tormentiamo, ci cantiamo vittime di un destino che brama solo le nostre lacrime. Siamo infatti abituati a cercare le soluzioni all’esterno, piuttosto che affacciarci al nostro interno. E’ ovviamente più semplice agire in questo modo. La verità è che siamo pigri e amiamo l’inerzia. Se non ci scuote qualcuno, non pensiamo a scuoterci da noi. E così continuiamo a piangere, a girare intorno allo stesso albero, senza rischiare un’alternativa.
Insomma, la memoria è nostra. In quanto tale dovrebbe esser possibile governarla. Ma ammettiamo pure che è più facile sentirsi dominati, che dominare. Essere succubi di qualcuno, meglio di qualcosa, alla fine ci fa anche comodo. La colpa non sarà mai nostra, e alla fine avremo sempre fatto ciò che eravamo costretti a fare.
Eppure continuiamo a chiederci come dimenticare una persona.

mercoledì 2 maggio 2007

Questo sono arrivato a sognare

Ricordando quel primo mattino, quelle prime foglie d’edera riflesse nei miei iridi, mai cancellate dallo specchio della mia consapevolezza, mi ricredo sulla necessità di quell’incontro, sulla magnificenza di quell’unico istante. Che mai fosse stata scritta la cronaca di quel breve lasso, questo sono arrivato a sognare. Perché alla duplice stretta preferisco la quiete, l’ignoranza del passato. Questo sono arrivato a sognare.
E nelle notti insonni, il mai svanito fantasma torna a farsi ascoltare, riempiendo le mie tempie di timore, dubbio e rimorso. E nella mia impotenza, ciò che posso unicamente fare è alzarmi, sedermi e sfogare le parole dei sentimenti. Perché la morsa, quanto più sembra allentarsi, tanto più preannuncia l’ulteriore stretta. E allora mi chiedo se possa ancor esser utile l’affidarsi al tempo, piuttosto che agire una volta, per tutte le altre.

martedì 1 maggio 2007

Da un finestrino

Piccoli mondi sospesi nella paradisiaca concentrazione di vita, fiorita dall’armonia di uomini e natura, che qui ha trovato i suoi colori migliori, i giusti toni per abbagliare le stanche menti dei pensosi viaggiatori. Tutto vive di sole, mentre la torre del castello più alto intinge la sua corona nell’oceano alato, placidamente solcato da leggere barche di vapore, pittoresche allusioni all’inesorabilità del tempo.

giovedì 26 aprile 2007

Sensazioni e Morte

“Sensazioni”
Certe sensazioni sono talmente immediate, che non hanno bisogno di conferma.
Per certe sensazioni è superfluo il rintocco della campana, non servono scintille rumoreggianti.
Perché queste sensazioni, il cuore non se le spiega, ma le capisce subito. E il cercar lucidità di giudizio è tempo andato perso. L’inappellabile sentenza è già stata incisa, dal malevolo Caso, figlio del padre Tempo e della madre Nulla.
Noi, miseri uomini, foglie in un fiume, polline nel vento, legna da ardere, ciottoli scalciati.
Noi, che non possiamo scegliere, ci limitiamo ad amare.

“Morte”
La morte è impossibilità da parte di un essere inesistente di compiere qualsivoglia azione o scelta.
E’ mistero inconoscibile, ma nettamente probabile.
E’ fine d’ogni occasione, d’ogni innamoramento, d’ogni piacere, d’ogni rapportarsi, d’ogni pensiero.
E’ oscura chimera dell’uomo, l’uomo che risponde alla sua natura ponendosi il dubbio di conoscenza.

domenica 22 aprile 2007

Il dì del palpito nascente

“Il dì del palpito nascente”
E’ ormai cosa immediata
Il dì del palpito nascente
Per occhi disorientati
Ancore dei viaggi
Delle notturne crociere
E’ rapida consapevolezza
Quel bruciore circolare
Che ha la fine nel suo inizio
Nella fitta che ti accende
E che poi, lenta, ti spegne
E’ il lento affievolire
Del vitale mio sospiro
La sostanza del mio agire
Nel dolore al quale aspiro
Mentre imploro gli occhi tuoi
Di voltarsi e farmi vivo

giovedì 19 aprile 2007

Numero venti (poesia del futuro)

Ogni mente riposa, in questa notte
D’automobili saettanti e uomini solitari
A pancia gonfia, che vedono tutto due volte
Perché quello è il loro unico momento
L’unica ora di vita della giornata

Ogni cuore respira, in questa sera
Ma il sole del nostro ultimo incontro
Ancora scuote il rifugio del mio sentimento
Colora il buio che m’insegue
Trascina il tempo, stavolta tuono fendente
Ed ora
Io
Ho te

Sapiente mare

Cambi nome e non hai volto. Ti ritiri, prima di realizzarti. Raramente l’anima tua è quieta, più spesso la turba il vento del Caso. Tanto cupo è in te il tormento, che buio è il cuor di chi t’osserva. E della spuma l’affannoso pianto la compassione per sé ricerca, ed io mi tuffo in questa brezza, e sfido te, sapiente mare. Così, nel tuo pianto, il mio s’annega. Ma il dormir per sempre in te non suona dolce al cuore mio. Vita, vita ancora, ancora vita. Per veder se infine, saran le mie di acque, a placarsi.

giovedì 5 aprile 2007

Amore che risorgi prima di morire

E’ una sera dei miei diciotto anni. Mi chiedo se un giorno del futuro, se una sera come questa, ma come questa solo per il buio fuori e la luce dentro, fermerò il flusso della mia trascorsa vita, per un attimo. Mi chiedo se in quell’attimo riuscirò a raccogliere i ricordi che per me, in questo momento, sono realtà tangibili. Mi chiedo se le facce di questi miei diciotto anni, se i loro occhi, che mi hanno osservato decidere e piangere, riposeranno nella mia memoria. Forse la pelle del suo viso, forse le sue lisce mani, saranno ancora prede dei miei monotoni pensieri. Se così sarà, l’amore unico esisterà per me. E forse il mistero di quell’altra donna, forse la bellezza oscura di quel dubbio, saranno ancora le torbide sorgenti delle domande confuse. Ma se così sarà, accidenti a me. Accidenti all’insicuro mio proposito, al coraggio che mai ha viaggiato nelle mie vene. Mi chiedo se quello che adesso chiamo amico, non sarà che un volto mal distinto nello stormo di volti indistinti che sempre più ingrassa col morire degli anni. E chissà se queste note melodie muoveranno ancora la mia testa, strizzeranno ancora i miei occhi, accompagneranno ancora i miei passi verso mete definite.
E’ una notte dei miei diciotto anni. Gli anni che si dovrebbero vivere in fondo, gli anni che non ritornano più, gli anni che non bisognerebbe rimpiangere, gli anni che bene o male bisogna pur affrontare, perché vita è somma evidenza, inscindibile realtà perfino nella morte. Sono anni di bianchi vuoti. Sono anche anni di gargantuesche felicità, tali nel momento che segue il loro sfavillio primordiale e che precede la loro fatua dissolvenza. E più è buio, più la luce sembra chiara. Perché il finale è sempre lo stesso. Sei tu il mio finale, amore possente. Sei tu che risorgi prima di morire. Perché morire, tu, non puoi. Il correrti dietro traccia l’unica via che dalla mia alba porta all’inevitabile mio tramonto. Se solo quella stella del mattino si soffermasse sulla mia testa, cancellando l’ombra del corpo e del cuore più leggero, invece di disegnare rapidi archi nella soffocante vastità dell’azzurra coperta che si stende sul nostro mondo. Se solo le tue fisiche labbra incontrassero le mie fisiche labbra. Se solo un atomo dell’universo fosse testimone per un giorno della soddisfazione del mio sentimento d’amore. Se solo questo accadesse, sarei incatenato dall’eterna libertà di chi crede di aver fatto tutto, ma non ha fatto nulla. Ma che importanza ha questo, in confronto al prorompente desiderio, insito in ogni goccia del mio sangue, di averti mia per il giorno più sensato?
Non esistono segni. Nulla ci è dato. E’ possibile sprecare l’unica grande occasione. Sperare non dà garanzie di riuscita. Fermare questo dolce male, amore, io non posso.

venerdì 30 marzo 2007

Qualcuno cerca qualcosa

Minicapitolo III “Qualcuno cerca qualcosa”
Qualcuno l’aveva capito: il sentimento che la donna di cui si era innamorato una volta provava nei suoi confronti, ormai, si era appassito. “Come uno di quei fiori che vedi la prima volta spiccare per lucentezza nel verde tutt’intorno. Te ne innamori, e allora prometti a te stesso di tornare il giorno dopo, per coglierlo. Esitazione fatale: la notte di quel giorno se lo porta via, ed il mattino seguente non distingui altro che un prato senza senso”. Così pensava Qualcuno, quasi il rifugiarsi in una metafora potesse alleviare il peso della più concreta realtà. Qualcuno pensava poi di trovarsi di fronte ad un bivio: rassegnarsi a quel destino, così severo con il suo fragile cuore quanto apparentemente inconfutabile, o tentare la riconquista “delle mura che cingono il cuore della mia amata”, come si diceva lui stesso, quasi a dare un tono epico a qualcosa che di epico aveva ben poco: il vero scopo era allontanare il dubbio che il suo intento avesse connotati a dir poco utopici. Ma più della ragione poté la passione: Qualcuno decise che altro tempo non poteva andar perso e che era necessario ingegnarsi in fretta su ciò che andasse fatto. E più pensava ad ingegnarsi, meno s’ingegnava. Poi, l’illuminazione.

mercoledì 28 febbraio 2007

"Fiore nella neve"

Sia tua l’attenzione
Giovane cuore già stanco
Per questo campo di grano
Voluto innevato dal rigido inverno

I primi tuoi occhi vedranno
Non altro che un candido mare
Abbandonato dai venti
Orfano delle sue onde

Non disperare
Ingenuo poeta del tuo mondo
Ché il fiore che cerchi
Pittura di ombra la neve del campo

E già fra i tuoi piedi
Di petali il sole
Immobile ti guarda dal basso
E d’esser raccolto, t’implora