martedì 30 ottobre 2007

Qualcuno parlò a Qualcuno

Sottofondo consigliato: "Notturno" oppue "L'apres midi"

Minicapitolo VI “Qualcuno parlò a Qualcuno”
Fu per motivi che non è necessario elencare, che Qualcuno si ritrovò nel buio della sua stanza e incontrò se stesso. Perché è solo nel buio, quando i colori e le forme si dissolvono nell’aria, che ognuno può essere chiunque; e incontrare se stesso. Fu così che Qualcuno parlò a Qualcuno, con queste parole: “Ma ti sei visto? Io ti vedo. Credo che tu non sia degno di essere me stesso. Hai perso lei e hai rinunciato alla tua vita. Causa e conseguenza, senza alcuna logica. Hai messo a rischio tutto ciò che avevi, quando pensavi di non avere nulla, per una donna, che non è nemmeno l’unica al mondo, al contrario di quanto tu ti ostini a pensare. E ora che lei non può più essere tua, ma anzi è già di un altro, non hai nemmeno quel poco che prima neanche consideravi, e che ora vorresti meno solo di lei. Ma ti sei visto? Dopo quel bacio al veleno sei rimasto immobile, non hai reagito. Sei rimasto a fissare il vuoto per troppo tempo, prima di prendere la strada del mare e infliggerti milioni di torture mentali, quasi a incolpare te stesso del tuo dolore, per scagionare lei, che ancora ami.” E più parlava con se stesso, meno si convinceva. Era bravo a persuadere gli altri, non certo se medesimo. Ma il buio più fitto e silenzioso non permette solo di essere chiunque, ma anche di trovarsi ovunque. Così, ogni volta che le palpebre coprivano i suoi occhi (come se quell’oscurità non gli bastasse), Qualcuno volava nella stanza di Lei, silenziosamente, sfiorando le tende della finestra e posandosi a pochi metri dal suo letto. Lo aveva fatto spesso, nelle notti precedenti a quel bacio avvelenato. Provò a farlo anche quella maledetta notte, che non si decideva ad iniziare, né a finire. Ma quella volta, giunto ai piedi del letto di Lei, non la vide sola. Non era più l’unico spettatore ad avere il permesso di ingannare i suoi occhi con quella immensa bellezza. Quello del suo viso rilassato, dei suoi respiri costanti e fragili, dei suoi movimenti nelle lenzuola, non era più uno spettacolo a lui riservato. Peggio. Non avrebbe mai più potuto assistervi. Né, forse, voluto. Almeno fino a quando Lei non fosse rimasta nuovamente sola. Così, dopo pochi attimi, Qualcuno fu costretto, e ripeto, costretto, a riaprire gli occhi. Ma non fu subito rabbia. Non fu rassegnazione. Né lacrime. Per quel poco che gli era stato concesso, Qualcuno aveva visto nel viso di Lei distensione e quiete. Come mai prima di allora. Lei aveva raggiunto la felicità. Lui non era parte di essa. Ma lei era felice, ed ancora più bella fuori con quella pace dentro, seppur ormai di un altro. E in quei secondi di stranezza di pensiero, Qualcuno fu poco se stesso. “Scherzi del buio”, concluse Qualcuno.

Qualcuno parlò a Qualcuno

Sottofondo consigliato: "Notturno" oppure "L'apres midi"

Minicapitolo VI “Qualcuno parlò a Qualcuno”
Fu per motivi che non è necessario elencare, che Qualcuno si ritrovò nel buio della sua stanza e incontrò se stesso. Perché è solo nel buio, quando i colori e le forme si dissolvono nell’aria, che ognuno può essere chiunque; e incontrare se stesso. Fu così che Qualcuno parlò a Qualcuno, con queste parole: “Ma ti sei visto? Io ti vedo. Credo che tu non sia degno di essere me stesso. Hai perso lei e hai rinunciato alla tua vita. Causa e conseguenza, senza alcuna logica. Hai messo a rischio tutto ciò che avevi, quando pensavi di non avere nulla, per una donna, che non è nemmeno l’unica al mondo, al contrario di quanto tu ti ostini a pensare. E ora che lei non può più essere tua, ma anzi è già di un altro, non hai nemmeno quel poco che prima neanche consideravi, e che ora vorresti meno solo di lei. Ma ti sei visto? Dopo quel bacio al veleno sei rimasto immobile, non hai reagito. Sei rimasto a fissare il vuoto per troppo tempo, prima di prendere la strada del mare e infliggerti milioni di torture mentali, quasi a incolpare te stesso del tuo dolore, per scagionare lei, che ancora ami.” E più parlava con se stesso, meno si convinceva. Era bravo a persuadere gli altri, non certo se medesimo. Ma il buio più fitto e silenzioso non permette solo di essere chiunque, ma anche di trovarsi ovunque. Così, ogni volta che le palpebre coprivano i suoi occhi (come se quell’oscurità non gli bastasse), Qualcuno volava nella stanza di Lei, silenziosamente, sfiorando le tende della finestra e posandosi a pochi metri dal suo letto. Lo aveva fatto spesso, nelle notti precedenti a quel bacio avvelenato. Provò a farlo anche quella maledetta notte, che non si decideva ad iniziare, né a finire. Ma quella volta, giunto ai piedi del letto di Lei, non la vide sola. Non era più l’unico spettatore ad avere il permesso di ingannare i suoi occhi con quella immensa bellezza. Quello del suo viso rilassato, dei suoi respiri costanti e fragili, dei suoi movimenti nelle lenzuola, non era più uno spettacolo a lui riservato. Peggio. Non avrebbe mai più potuto assistervi. Né, forse, voluto. Almeno fino a quando Lei non fosse rimasta nuovamente sola. Così, dopo pochi attimi, Qualcuno fu costretto, e ripeto, costretto, a riaprire gli occhi. Ma non fu subito rabbia. Non fu rassegnazione. Né lacrime. Per quel poco che gli era stato concesso, Qualcuno aveva visto nel viso di Lei distensione e quiete. Come mai prima di allora. Lei aveva raggiunto la felicità. Lui non era parte di essa. Ma lei era felice, ed ancora più bella fuori con quella pace dentro, seppur ormai di un altro. E in quei secondi di stranezza di pensiero, Qualcuno fu poco se stesso. “Scherzi del buio”, concluse Qualcuno.

Un Qualcuno qualunque

Minicapitolo IV "Un Qualcuno qualunque"
Qualcuno aveva concluso che l’unica soluzione del problema, era il problema stesso. Come riconquistare Lei? Non riconquistandola. Qualcuno, e ne era sicuro nel momento in cui lo pensò con più forza, avrebbe rinunciato al suo amore. Nel peggiore dei casi avrebbe dimenticato i suoi occhi e il suo profumo, ma almeno sarebbe guarito. Nel migliore dei casi Lei avrebbe reagito alla sua assenza, con la propria presenza. Ma questo era solo il pensiero di un Qualcuno qualunque, e Qualcuno lo seppe bene poco più tardi. Sfumata rapidamente la gioia che l’avere una soluzione tra le mani aveva suscitato in lui, Qualcuno capì che il non far nulla non era il miglior da farsi, ma la peggiore delle scorciatoie. Il suo cuore e tutto se stesso era a tal punto implicato in questo vortice amoroso, che Qualcuno si era fatto vincere dalla paura di agire, che poi non era altra dalla paura di sbagliare. Perché “Perdonare una persona è possibile, perdonare se stessi quasi mai” sapeva bene Qualcuno. Pertanto, Qualcuno aveva paura di tentare qualsiasi soluzione per paura di scoprirne l’erroneità e di cadere nel rimorso (il peggior nemico degli innamorati!). Ma “Essere consapevoli delle proprie paure non è mai sufficiente a cancellarle” pensava a malincuore il nostro Qualcuno.
Allora si sedette. Chiuse gli occhi, per essere solo nell’universo. Si convinse che quella sua vita, infine, non avrebbe avuto alcun senso; e che ne avrebbe avuto ancor meno rinunciando a Lei. Si costrinse a capire che non vi era dunque nulla da perdere, se non un po’ di tempo poco prezioso. Pertanto, aveva deciso: avrebbe riaperto gli occhi, si sarebbe alzato, sarebbe uscito, avrebbe corso sotto la pioggia (anche se fuori c’era il sole come non mai, ma Qualcuno preferiva pensarla a modo suo, e non saremo di certo noi a spegnere i suoi sogni), sarebbe andato da Lei, l’avrebbe trovata ovunque Lei fosse, l’avrebbe convinta del suo impareggiabile, unico amore per Lei, l’avrebbe stretta a sé e baciata, come più gli sarebbe piaciuto, sotto la pioggia. Così Qualcuno aprì gli occhi, si alzò, uscì e cominciò a correre: correva più veloce dei colori intorno, delle auto al suo fianco; più veloce del vento, che pure avrebbe voluto aiutarlo, sospingendolo dolcemente al di là dei suoi sogni. Correva sotto una pioggia di sole, bagnato solo dalle sue stesse lacrime, che copiose e spaventate fuggivano da quegli occhi impazziti. Occhi pazzi d’amore, di paura e di speranza. Gli occhi di un Qualcuno qualunque.

lunedì 29 ottobre 2007


Minicapitolo VII "Qualcuno e i fiammiferi"
I giorni seguenti non furono certo “giorni color arancio”. Qualcuno infatti era solito definire in questa maniera quei giorni particolarmente sereni, mancanti di alcun peso, leggeri a tal punto da sembrare perfino inutili, capaci di sfuggire dalla scia del tempo. Non c’era una chiara motivazione per la scelta del color arancio. Fatto sta che a Qualcuno quello pareva il colore più giusto. E Qualcuno sapeva bene che tutti quei giorni li avrebbe apprezzati solamente nel momento della loro assenza, come accade per tutte le cose che fanno parte, anche se per poco, del mare della bellezza. Questo non vuol dire che Qualcuno non sapesse apprezzare le “cose belle”. Tutto il contrario: Qualcuno riusciva a vedere un sole in ogni fiammifero. Questo comportava conseguenze di ogni genere, negative o positive, a seconda di quanto Qualcuno fosse andato oltre la soglia della fantasia e dell’illusione. Pertanto, l’errore di giudizio era, per Qualcuno, una delle peggiori sensazioni provabili. Ecco perché il dolore non cessava. Qualcuno non poteva provare odio nei confronti di Lei, né spirito di vendetta; e questo perché Qualcuno ce l’aveva unicamente con se stesso. Non riusciva a perdonarsi il fatto di essersi sbagliato, di aver dato tutto ciò che possedeva senza misure, senza prudenza. L’amore per Lei lo aveva reso cieco e incosciente. Ora che aveva finalmente aperto gli occhi, era troppo tardi. Avrebbe voluto farsi del male, ma non lo fece, perché desiderava soltanto stare bene. Pertanto, trascorse la maggior parte di quelle ore pensando a cosa avrebbe dovuto e potuto fare per risollevarsi. Nelle ore restanti i suoi pensieri erano tutti per Lei, tra le braccia di un altro, che non la meritava. Ovviamente.
Decise che la prima cosa da fare sarebbe stata uscire da quella stanza. E così fece. E una volta fuori si sentì quasi meglio, ma era ancora presto per dirsi curato. Passarono così intere giornate, che videro Qualcuno passeggiare a qualsiasi ora del giorno o della notte a fianco del mare. Quello, infatti, era il luogo in cui riusciva a sentirsi “quasi meglio”. In particolare lo affascinava uno dei moli, il più malandato e trascurato. Quella era la frazione di universo a lui dedicata. Fu lì che lasciò lacrime, dubbi e pensieri astratti. Ed ogni giorno poteva tornare a riprenderli, per rivederli o rifiutarli definitivamente. Qualcuno mantenne questa abitudine: come ognuno di noi, amava crogiolarsi nelle poche certezze di cui era in possesso. Gli pareva di aver trovato un certo equilibrio. Almeno fino al giorno in cui, in un fiammifero, vide un sole.

giovedì 25 ottobre 2007

Qualcuno parlò a Qualcuno

Sottofondo consigliato: "Notturno" oppure "L'apres midi"
Minicapitolo VI “Qualcuno parlò a Qualcuno”
Fu per motivi che non è necessario elencare, che Qualcuno si ritrovò nel buio della sua stanza e incontrò se stesso. Perché è solo nel buio, quando i colori e le forme si dissolvono nell’aria, che ognuno può essere chiunque; e incontrare se stesso. Fu così che Qualcuno parlò a Qualcuno, con queste parole: “Ma ti sei visto? Io ti vedo. Credo che tu non sia degno di essere me stesso. Hai perso lei e hai rinunciato alla tua vita. Causa e conseguenza, senza alcuna logica. Hai messo a rischio tutto ciò che avevi, quando pensavi di non avere nulla, per una donna, che non è nemmeno l’unica al mondo, al contrario di quanto tu ti ostini a pensare. E ora che lei non può più essere tua, ma anzi è già di un altro, non hai nemmeno quel poco che prima neanche consideravi, e che ora vorresti meno solo di lei. Ma ti sei visto? Dopo quel bacio al veleno sei rimasto immobile, non hai reagito. Sei rimasto a fissare il vuoto per troppo tempo, prima di prendere la strada del mare e infliggerti milioni di torture mentali, quasi a incolpare te stesso del tuo dolore, per scagionare lei, che ancora ami.” E più parlava con se stesso, meno si convinceva. Era bravo a persuadere gli altri, non certo se medesimo. Ma il buio più fitto e silenzioso non permette solo di essere chiunque, ma anche di trovarsi ovunque. Così, ogni volta che le palpebre coprivano i suoi occhi (come se quell’oscurità non gli bastasse), Qualcuno volava nella stanza di Lei, silenziosamente, sfiorando le tende della finestra e posandosi a pochi metri dal suo letto. Lo aveva fatto spesso, nelle notti precedenti a quel bacio avvelenato. Provò a farlo anche quella maledetta notte, che non si decideva ad iniziare, né a finire. Ma quella volta, giunto ai piedi del letto di Lei, non la vide sola. Non era più l’unico spettatore ad avere il permesso di ingannare i suoi occhi con quella immensa bellezza. Quello del suo viso rilassato, dei suoi respiri costanti e fragili, dei suoi movimenti nelle lenzuola, non era più uno spettacolo a lui riservato. Peggio. Non avrebbe mai più potuto assistervi. Né, forse, voluto. Almeno fino a quando Lei non fosse rimasta nuovamente sola. Così, dopo pochi attimi, Qualcuno fu costretto, e ripeto, costretto, a riaprire gli occhi. Ma non fu subito rabbia. Non fu rassegnazione. Né lacrime. Per quel poco che gli era stato concesso, Qualcuno aveva visto nel viso di Lei distensione e quiete. Come mai prima di allora. Lei aveva raggiunto la felicità. Lui non era parte di essa. Ma lei era felice, ed ancora più bella fuori con quella pace dentro, seppur ormai di un altro. E in quei secondi di stranezza di pensiero, Qualcuno fu poco se stesso. “Scherzi del buio”, concluse Qualcuno.

domenica 21 ottobre 2007

Piè veloce Qualcuno

Minicapitolo V “Piè veloce Qualcuno”
Piè veloce Qualcuno, avrebbe scritto qualcuno. Rapidi i passi verso di Lei, argentate le lacrime nei suoi occhi. Non ci crederete, ma la trovò. La trovò, e quasi non riusciva a crederci. Potrete capirlo, se almeno una volta nella vostra vita siete stati abbagliati dalla perfezione di un momento a tal punto, da dubitare perfino della sincerità dei vostri occhi. Vi consiglio dunque di crederci, perché così è andata.
Magia? Fortuna? No. Soltanto amore, infinita voglia di Lei. Così, voltato l’ultimo angolo, gli occhi di lui incrociarono quelli di Lei. Il sogno di Qualcuno stava assumendo una concreta consistenza, ma non ancora abbastanza per definirsi avverato. Infatti, lo sguardo di Lei non era solo: era accompagnato da quella che, a Qualcuno, apparve come un ombra in piena luce. Un altro essere umano, uno sconosciuto e inutile ragazzo. Colpevole di tutto. Capace di fare suo il cuore di Lei. Quello che non era riuscito di fare a Qualcuno. Aveva vinto lui. E non vi potevano essere dubbi, anche se Qualcuno ne avrebbe voluti a centinaia, e con essi occupare e torturare la sua mente, in quel momento in balia dei pensieri più atroci e disfattisti. Ma la Sorte volle impedire anche questa illusoria e tremenda consolazione, facendo giungere Qualcuno al cospetto di Lei proprio nel momento in cui le medesime labbra che aveva sognato, poi avuto, poi ancora sognato, incontravano quelle dello sconosciuto e inutile ragazzo. In quell’istante infernale, il corpo di Qualcuno, con ognuno dei suoi muscoli, cessò di muoversi. Come poteva ancora battere il suo cuore squarciato? Come potevano i suoi polmoni trovare ancora la ragione per respirare? E per quale motivo le sue gambe avrebbero dovuto fare un passo avanti, o uno indietro? Ogni cosa aveva perso il proprio significato, o meglio, il significato che Qualcuno vi aveva dato. Così, d’improvviso, si ritrovò in un film muto, in bianco e nero, senza pubblico. Lei non lo vide. Gli occhi di lui, nel frattempo, meditavano il suicidio, spinti da un lancinante senso di colpa. Tutto era finito.

giovedì 18 ottobre 2007

Un Qualcuno qualunque

Minicapitolo IV "Un Qualcuno qualunque"
Qualcuno aveva concluso che l’unica soluzione del problema, era il problema stesso. Come riconquistare Lei? Non riconquistandola. Qualcuno, e ne era sicuro nel momento in cui lo pensò con più forza, avrebbe rinunciato al suo amore. Nel peggiore dei casi avrebbe dimenticato i suoi occhi e il suo profumo, ma almeno sarebbe guarito. Nel migliore dei casi Lei avrebbe reagito alla sua assenza, con la propria presenza. Ma questo era solo il pensiero di un Qualcuno qualunque, e Qualcuno lo seppe bene poco più tardi. Sfumata rapidamente la gioia che l’avere una soluzione tra le mani aveva suscitato in lui, Qualcuno capì che il non far nulla non era il miglior da farsi, ma la peggiore delle scorciatoie. Il suo cuore e tutto se stesso era a tal punto implicato in questo vortice amoroso, che Qualcuno si era fatto vincere dalla paura di agire, che poi non era altra dalla paura di sbagliare. Perché “Perdonare una persona è possibile, perdonare se stessi quasi mai” sapeva bene Qualcuno. Pertanto, Qualcuno aveva paura di tentare qualsiasi soluzione per paura di scoprirne l’erroneità e di cadere nel rimorso (il peggior nemico degli innamorati!). Ma “Essere consapevoli delle proprie paure non è mai sufficiente a cancellarle” pensava a malincuore il nostro Qualcuno.
Allora si sedette. Chiuse gli occhi, per essere solo nell’universo. Si convinse che quella sua vita, infine, non avrebbe avuto alcun senso; e che ne avrebbe avuto ancor meno rinunciando a Lei. Si costrinse a capire che non vi era dunque nulla da perdere, se non un po’ di tempo poco prezioso. Pertanto, aveva deciso: avrebbe riaperto gli occhi, si sarebbe alzato, sarebbe uscito, avrebbe corso sotto la pioggia (anche se fuori c’era il sole come non mai, ma Qualcuno preferiva pensarla a modo suo, e non saremo di certo noi a spegnere i suoi sogni), sarebbe andato da Lei, l’avrebbe trovata ovunque Lei fosse, l’avrebbe convinta del suo impareggiabile, unico amore per Lei, l’avrebbe stretta a sé e baciata, come più gli sarebbe piaciuto, sotto la pioggia. Così Qualcuno aprì gli occhi, si alzò, uscì e cominciò a correre: correva più veloce dei colori intorno, delle auto al suo fianco; più veloce del vento, che pure avrebbe voluto aiutarlo, sospingendolo dolcemente al di là dei suoi sogni. Correva sotto una pioggia di sole, bagnato solo dalle sue stesse lacrime, che copiose e spaventate fuggivano da quegli occhi impazziti. Occhi pazzi d’amore, di paura e di speranza. Gli occhi di un Qualcuno qualunque.

mercoledì 17 ottobre 2007

Qualcuno cerca qualcosa

Minicapitolo III “Qualcuno cerca qualcosa”
Qualcuno l’aveva capito: il sentimento che la donna di cui si era innamorato una volta provava nei suoi confronti, ormai, si era appassito. “Come uno di quei fiori che vedi la prima volta spiccare per lucentezza nel verde tutt’intorno. Te ne innamori, e allora prometti a te stesso di tornare il giorno dopo, per coglierlo. Esitazione fatale: la notte di quel giorno se lo porta via, ed il mattino seguente non distingui altro che un prato senza senso”. Così pensava Qualcuno, quasi il rifugiarsi in una metafora potesse alleviare il peso della più concreta realtà. Qualcuno pensava poi di trovarsi di fronte ad un bivio: rassegnarsi a quel destino, così severo con il suo fragile cuore quanto apparentemente inconfutabile, o tentare la riconquista “delle mura che cingono il cuore della mia amata”, come si diceva lui stesso, quasi a dare un tono epico a qualcosa che di epico aveva ben poco: il vero scopo era allontanare il dubbio che il suo intento avesse connotati a dir poco utopici. Ma più della ragione poté la passione: Qualcuno decise che altro tempo non poteva andar perso e che era necessario ingegnarsi in fretta su ciò che andasse fatto. E più pensava ad ingegnarsi, meno s’ingegnava. Poi, l’illuminazione.

lunedì 15 ottobre 2007

Qualcuno era innamorato

Minicapitolo II “Qualcuno era innamorato”
Qualcuno era innamorato. Qualcuno pensava che, proprio per questo motivo, qualcosa andasse storto. O comunque che non andasse per il verso giusto. Che poi è tanto complicato trovare il giusto verso, che Qualcuno si chiedeva se valesse davvero la pena arrovellarsi per coglierlo. Qualcuno continuava ad essere innamorato, innamorato e pazzo. Pazzo perché aveva deciso di rinunciare all’amore per quella ragazza, per amore di se stesso. Senza accorgersi che, in quel caso, amare se stesso era un po’ come odiarsi. Qualcuno aveva anche provato a sostituire quella con altre donne. Ma ogni volta scorgeva il medesimo difetto in ognuna di esse: non erano lei. Qualcuno ci pensò su e concluse che si trattava di un problema senza soluzione: loro non potevano diventare lei, perciò tanto valeva tenersi il suo amore. A questo punto del suo innamoramento, Qualcuno si chiese se un attimo di purpureo nirvana valesse le incatenate ore di rimorso, dolore e pianto. E mentre se lo chiedeva, non si rispondeva. Nel frattempo passò il nirvana, il rimorso, il dolore. E il pianto. Qualcuno pensava che le lacrime scendessero sempre alla fine, perché in qualche modo lavavano la pelle del viso, cancellando le rughe di sofferenza patita. Qualcuno poi si accorse che aveva amato e che era stato amato. Qualcuno disse anche "Io però amo ancora". Ma ognuno ha un proprio orologio dell’amore e questo, Qualcuno l’aveva capito bene. Per lui la mezzanotte scaccia sogni non era ancora scoccata, per la donna che continuava ad amare, invece, sì. Qualcuno allora pensava che il suo amore fosse l’unica compagnia al mondo in grado di generare solitudine. Pertanto concluse che il suo amore era stato nient’altro che un vissuto paradosso; concluse che ogni amore sarebbe stato tale, l’unica differenza l’avrebbero fatta gli orologi. "Ma un secondo d’amore vissuto più a lungo rimane comunque un rapido istante" pensava tra sé, in sé e per sé.

martedì 9 ottobre 2007

"Qualcuno"

Questa è la storia di un ragazzo, che chiameremo Qualcuno, orfano dei tempi appassionati e romantici del passato, catapultato in quelli frenetici ed esigenti del presente.

Minicapitolo I “Qualcuno”
Qualcuno era un ragazzo oggettivamente definibile “simpatico”. I suoi più cari amici (perché aveva tanti, ma tanti cari amici) cercavano assiduamente conforto nelle sue brillanti parole e nella sua avvolgente voce, ogni qualvolta un dispettoso problema interferiva nel loro libero pensare.
Qualcuno era anche uno studente. I momenti che preferiva in assoluto del trovarsi-a-scuola erano due: quello in cui il baffuto professore di letteratura decantava con voce calda ed impostata dei versi d’alta poesia amorosa, e quello in cui la professoressa di inglese gli chiedeva di leggere ad alta voce un passo in lingua originale di qualche autore romantico dell’ottocento. I suoi altri interessi erano la musica (ascoltava con piacere qualsiasi genere di musica, sapeva ogni volta se era il momento giusto per uno Chopin o un Manson), le barche (perché dovete sapere che il nostro Qualcuno abitava in un piccolo e tradizionale paesino di mare, situato in un non preciso golfo di una non altrettanto precisa costa del mondo), il mare (diverse volte in una settimana la Luna poteva spiare Qualcuno osservare ed ascoltare l’Immenso Cullatore) e molte altre cose, come ogni giovane ragazzo dell’universo.

Continua…

martedì 2 ottobre 2007

Nel buio

Spengo la luce. Chiudo i miei occhi.

Fa un freddo cane sulla vetta di questa montagna. I miei piedi nudi affondano nella neve ed ogni volta non so quanto profondi s’inabisseranno. La curva levigata della cima sembra scorrere sotto i miei passi, mentre il Sole si srotola in fretta e và a posarsi e a fissarsi proprio di fronte a me. Posso allungare il braccio fino a toccarlo: le mie dita ne assaggiano la consistenza come quelle di un fanciullo nella marmellata calda di albicocche. Poi le porto alla mia lingua e lei assaggia il gusto della nostra stella. E’ rovente e affilato, è un misto di miele e limone, pepe e petrolio. Con un gesto veloce caccio via il sole. In tasca ho uno spago. Lo afferro e lo srotolo in fretta, stupendomi di quanto sia lunga la sua corda. Annodo un cappio, lo lancio nel sordo vuoto e pesco la Luna. Il taglio della sua forma ne fa un ghigno misterioso, così squarcia il mio filo e scompare rimpicciolendosi. Ora è buio pesto tutt’intorno. Non è più neve quella sotto i miei piedi, è qualcosa di più simile al ghiaccio. E’ bollente. Più che camminare saltello e non so perché ma continuo a farlo, anche se non vedo che il nero dell’aria. Poi il vuoto, anche sotto. Una caduta millenaria: così conosco tutti venti, le brezze e i più flebili soffi della natura. Potrei scrivere un libro di venti, ma peserebbe troppo, infine, per essere efficace. E dopo la caduta il tonfo, senza dolore. Sono nell’acqua tiepida, riesco a scorgere i fumenti di vapore. Immergo la testa e poi tutto il resto, ora c’è molta più luce. Un’oscura massa gigantesca mi sfiora la mano. Nel mio ricordo non rimane che la sua mostruosità. Non saprò mai di cosa si sia trattato, ma avrò pane a sufficienza per sfamare la mia immaginazione. Continuo a nuotare, finché picchio la fronte contro una lastra di vetro. Non devo essere nel mare, ma in una sorta di enorme vaso. Così risalgo e più risalgo più manca il fiato. Le bolle d’ossigeno fuggono dai miei polmoni. Svengo. Mi risveglio con la faccia nella sabbia e con la sabbia nella bocca, nel naso e dentro le orecchie. Gli occhi funzionano ancora abbastanza bene per annunciarmi che non mi trovo su di una spiaggia, ma in mezzo al più secco e arido dei deserti. In lontananza, traballante, uno scorpione brancola come un ubriaco e non mi spaventa, mi fa pietà. Lo afferro, lo mastico e lo ingoio. Svengo di nuovo. Mi risveglio e sono un albero. Posso muovere solo gli occhi, nient’altro. Le stagioni mi vestono di nuovi abiti, le piogge mi rinfrescano e le grandini mi lacerano. Tutto intorno a me si muove, io solo rimango immobile. Così per cento anni. E per cento anni il Sole pare vendicarsi del giorno in cui osai assaggiarlo. Si vendica nel più efficace dei modi: mi osserva senza fare nulla. Non fa nulla, e lo fa per giorni interi. Giorni che diventano mesi poi anni. Muoio.

La luce del Sole trapassa vetri e tende. Mi obbliga a riaprire i miei occhi.