venerdì 11 gennaio 2008

Dissi che ti amavo

Dissi che ti amavo. Ti dissi anche che non eri la prima per cui provavo un sentimento simile, ma la prima a cui lo confessavo. Fin da subito ti promisi tutto quello che poteva essere promesso. E non lo feci per conquistarti, ma perché avevo solo voglia di darti tutto quello avresti potuto desiderare; per convincerti che nessun altro, oltre a me, sarebbe riuscito nel medesimo intento. Ma tu di questo non te ne sei mai convinta. Mai un grazie, ma non era questo che volevo. Volevo solo il tuo amore. Che detta così sembra ben poca cosa, ma allora per me era quella più grande. Mi ricordo quella sera d’estate, sdraiati sull’erba, davvero sotto le stelle. Una persona normale avrebbe cercato di stare tranquilla, di non correre troppo, di non esagerare. Ma io ero pazzo di te e nella mia pazzia ti promisi Londra, ti promisi Parigi. E non erano promesse vuote. Avrei voluto avere l’occasione di mantenerle, e nient’altro. Ma tu non sembravi colpita, né spaventata, né intenerita. Soltanto indifferente. Ma io ero troppo innamorato per rendermene conto, per non mentire a me stesso. Sono scivolato su quelle illusioni per settimane, sperando in una luce sempre più debole, sempre più lontana, sempre meno luce. Fino al giorno in cui ho deciso di fermarmi, di aprire gli occhi e di svegliarmi da quel sogno che ogni giorno di più sembrava un incubo. Per la prima volta nella nostra storia sceglievo per me e non per te. E per la prima volta smisi di sperare.
Ora lui ti ha portata via, per sempre. Lui non sa di essere l'uomo più fortunato del mondo. Lui non comprende che onore sia baciare le tue labbra. Lui e nessun altro potranno amarti come ho fatto io.

giovedì 10 gennaio 2008

Quelli come me

Quelli come me non raccontano di storie d’amore, quando parlano al passato.
Quelli come me raccontano di storie del proprio amore. Perché il nostro amore non ha mai trovato uno specchio abbastanza fedele da ricambiarlo con la propria immagine riflessa. Le mancanze firmano le tappe della nostra esperienza e noi ne ricordiamo solo i vuoti. Non è vittimismo o autodesolazione. E’ lucida analisi della nostra realtà, per quanto lucidi possiamo essere noi giovani sognatori. Noi guardiamo una coppia d’innamorati, seduta su una panchina: sogniamo di loro, per noi. Dalla realtà particolare al sogno universale. Troveremo la giusta melodia, il corretto da farsi, il finale migliore. Il nostro sogno, la loro storia. E’ in quel momento, quando realizziamo che questa è la realtà, che immaginiamo quanto potremmo essere più perfetti noi se solo avessimo la loro stessa occasione. Anche se alla fine, nessuno sa con certezza come andrebbe. Noi poeti illusi, però, delle certezze abbiamo imparato a farne anche a meno, senza mai smettere di sognare.

lunedì 7 gennaio 2008

A chi

A chi non crede più che esista il meglio
E spera ormai soltanto al meno peggio
A chi non ama l’odio né il rancore
Perché è imbecille e crede ancora nell’amore
A chi credeva di essere già morto
E ha pianto poi perché era ancora vivo
A chi di notte dorme e sogna poco
Per fare più di un sogno quando è sveglio
A chi se pensa male è solo un bene
Perché di delusioni ne ha abbastanza
A chi c’ha tempo sempre più di tutti
E non sa mai però con chi occuparlo
A chi si fa bastare sempre il poco
E aspetta ancora di trovare il tanto
A chi non crede più nel suo futuro
E passa notti a piangere il passato
A chi di notte poi non ha mai sonno
Ma di restare sveglio non ne ha voglia
A chi rimanda sempre ad un domani
E poi fa finta che sia sempre oggi
A chi vorrebbe avere un’altra voce
E invece tutti lo amano per quella
A chi si fida poco di se stesso
E dà fiducia a tutti e sbaglia sempre
A chi è bravo a stare proprio al centro
Ma sempre e solo al centro dei problemi
A chi non guarda mai dentro allo specchio
Perché ha paura di essere se stesso
A chi non ha bisogno delle botte
Perché per farsi male fa da solo
A chi si affida sempre e solo al tempo
E il tempo invece è lì che ancora aspetta
A tutti questi dico solamente
Non siate mai la rima di voi stessi

giovedì 3 gennaio 2008

Fiocchi di neve

La neve di oggi mi fa pensare. Osservo migliaia di fiocchi contemporaneamente, che uno dopo l’altro si posano al suolo vinti dalla forza di gravità, più forte della loro leggerezza. Li osservo mentre imbiancano il grigio della mia città, mentre celano ciò che prima c’era e si vedeva, e che ora non è più visibile, senza cessare di esistere. E’ così esplode in me l’idea di una metafora: guardo la neve coprire ogni cosa e vedo me, come specchiato, che la spargo sulle mie questioni. Poi passeggio sulla sua coltre, stampando le mie orme l’una affianco all’altra, come non volessero rimanere sole, nel freddo. Ciò che prima era nero, è ora bianco. Ma solo perché preferisco il secondo al primo, non perché l’uno abbia davvero preso il posto dell’altro. Ma già attendo il nuovo sole, perché le mie questioni, pur celate, carpiscono i miei pensieri ancor più quando la loro presenza è solo immaginata: infatti, la mia fantasia è solita esagerare ciò che già di per sé sarebbe difficile da contenere. Pertanto, è meglio che veda esse chiaramente, nella loro reale importanza, piuttosto che viaggiare pericolosamente per le vie dell’immaginazione.

martedì 1 gennaio 2008

Buon anno gente

Sono le 00.59 del 2 gennaio 2008.
Sono sveglio e ho poco sonno, dato che quest’oggi mi sono svegliato verso le 14. La notte di ieri è stata la notte di Capodanno. Che poi non ho mai capito quando sia davvero Capodanno, cioè se (in questo caso) sia stato l’ultimo secondo del 2007 o il primo del 2008. Oppure è stato quell’infinitesimale istante in cui non eravamo né completamente nel 2007, né del tutto nel 2008. Ma poco importa, ormai questo Capodanno fa già parte degli eventi passati. E’ il tipico momento in cui si fanno bilanci, riflessioni. In cui si stabiliscono degli obbiettivi, si rivedono le proprie speranze. Il mio 2007 è stato un anno con soddisfazioni, sorprese, delusioni e tutto il resto, come ogni altro anno. E’ stato l’anno degli ultimi mesi del liceo, mesi che molti di voi staranno rimpiangendo o sono sicuro che rimpiangeranno. L’anno della maturità, di quel peso che scorgi in lontananza per 5 anni e che sfuma in 30 minuti. Ricordo i giorni ai Piani, prima con Andre poi anche con il Pinguino. Noi tre e basta, nella mia casetta rosa ai piedi del bosco, a discutere della storia del mondo e degli uomini. Ricordo il nostro tavolo, soffocato dai libri. Ricordo la porta di casa che, ogni tanto, mentre studiavamo si apriva un poco: venivamo così distratti dal sole della prima estate e da esso invogliati a scappare fuori a prendere un po’ del suo calore. Quello era solo l’assaggio dell’estate più importante che avremmo mai vissuto. Iniziata subito bene, col mio Genoa finalmente in Serie A, con la festa in Piazza De Ferrari. Ma ancora prima di quei giorni, la settimana a Berlino. Tutti consapevoli che, quella, sarebbe stata l’ultima volta davvero insieme, come classe. Per poi ritrovarsi in quei primi giorni di luglio, nella nostra ultima aula, quella dell’esame orale. E il mio esame, l’ultimo della mia classe, l’ultimo di tutta la scuola. Non scherzo, sono stato l’ultimo maturando e maturato. In effetti io maturo sempre in ritardo, perlomeno sempre dopo gli altri. Ma l’importante è maturare, è sentire quella sensazione che ti prende non appena l’ultimo professore ti dice che basta così, non appena esci da quell’aula, non appena esci dalla tua scuola, per la prima volta, da non liceale. Poi l’estate 2007. Il viaggio in Grecia, io, Fiore e il Carletto. E la Kia ovviamente, la nostra macchina. Il viaggio in traghetto, quel primo amore passante, quella ragazza che, straordinariamente, avrei ritrovato sul traghetto del ritorno. Un amore in silenzio. Gli alberghi sempre diversi, un’isola magica, una giovane svizzera. E dopo la Grecia, Londra. La città in cui abiterebbe Dio, se Dio esistesse. Io, Fabri e la Marty. Trio insolito. La bellezza della city sopra ogni cosa, la passante del British Museum. Ricordo ancora i suoi occhi, è incredibile. Ma si sa, io mi innamoro ogni 5 metri. E’ stato anche il mio primo viaggio aereo senza compagnia. Così anche al ritorno, passando gli ultimi minuti del volo a parlare con un’infermiera e un giovane ragazzo inglese. Chissà se anche loro si sono mai ricordati di quei veloci istanti, da quel giorno ad oggi. Infine, l’ultima parte dell’estate 2007. Quella trascorsa ai Piani e a Frassinello, sull’appennino ligure. Le nuove amicizie coi ragazzi e le ragazze del posto. E poi, beh, lei. Ma di lei ho detto abbastanza, prima sempre bene, ultimamente solo male. Sta di fatto che quell’agosto, per me, rimarrà per sempre straordinario, indimenticabile e comunque irripetibile. Soprattutto grazie a lei, ma non solo. Chi non ricorda le mega-partitone al campetto? Chi si è dimenticato dei viaggi notturni in Kia? Perlomeno queste cose si potranno ripetere anche la prossima estate, con le persone che se lo meriteranno.
Poi, la fine dell’estate 2007. L’immatricolazione all’università, presto diventata “uni”. Il politecnico, il design, il disegno. Tutto nuovo, tuttora un poco spaesato. La nuova amicizia con Massi il dj cazzaro, nuovi amori passanti, nuove parole, nuove esperienze, nuove paure, nuove soddisfazioni. Nuova vita direi. Mesi un po’ tristi, per colpa di lei. Ma di lei ho già detto abbastanza, no? Quei mesi di sofferenza sono finiti nell’unico modo possibile, 7 giorni fa. L’ennesimo Natale così e così. Infine, la notte di Capodanno. Io e la Cri: sognavamo una villa, siamo finiti nel retro di una pizzeria. Ma alla fine è andata bene comunque, grazie alla musica, a nuove interessanti conoscenze, a personaggi nati per essere presi per il culo.
5, 4, 3, 2, 1. Buon anno gente.