Un blog sull'amore, sotto l'amore, dentro l'amore, che parla di amore. Il dolore, l'illusione, la gioia, la speranza, la delusione. Le mie storie da innamorato e storie inventate. Storie di tutti.
giovedì 4 dicembre 2008
L'indefinibilità dell'amore
Sinceramente, puoi affermare di avere mai vissuto il vero e sfracellante amore? Lo so che questa non è una domanda dalla facile risposta, né dall’immediata comprensione. Però penso che esistano alcune emozioni talmente intense, talmente fragorose alle orecchie della nostra anima, da riuscire e emergere sostanzialmente da tutte le altre. E penso che quasi ognuno di noi abbia avuto almeno un’esperienza simile. Se quelle emozioni, poi, sono legate ad una persona in particolare, nella maggior parte dei casi si sarà trattato di puro amore. Il problema di ognuno è capire quando un sentimento è davvero diverso da ogni altro. Perché, senza esperienza, cosa ci può convincere sul serio che proprio quell’emozione sia stata la massima provabile? E, talvolta, non basta nemmeno l’esperienza. Per questo è così difficile e così facile definire i margini e il contenuto del vero amore. Difficile, perché non sapremo mai se quello che riceviamo da un’altra persona sia il massimo che è possibile avere. Facile, perché l’amore si fa sentire ogni volta che decide di catturarci, ogni volta che lo sguardo di quell’angelo incrocia il nostro, nel traffico dei pensieri e delle illusioni. Sono quelli i momenti da vivere appieno, da raccontare agli altri e sempre a se stessi. Per capire che l’amore è amore, bisogna innamorarsi. E non bisogna preoccuparsi se, talvolta, il dubbio ci confonde, forte o debole che sia, perché è assolutamente ovvio che ciò accada. Perché? Perché siamo uomini, non macchine. E solo a noi uomini è concesso di innamorarsi. E’ solo nostro il privilegio di annusare e intravedere quella misteriosa magia che aleggia intorno ad un cuore innamorato e che non ci è dato definire.
venerdì 19 settembre 2008
Sogno
Avrei sognato per sempre, ogni giorno ed ogni notte. Non avevo nulla da perdere, se non qualche ora di questa miserabile vita.
Era uno di quei giorni in cui la vita non sembra altro che una gabbia, uno spazio confinato dal quale è impossibile fuggire. In fondo si tratta solo di qualche anno, una parte infinitesimale della cometa del tempo. Ogni vita ha un limite, un luogo oltre il quale non è concesso guardare. Pensai che bisognava trovare una soluzione a questa costrizione naturale. L'unica via perseguibile sembrò quella del sogno perpetuo: avrei regalato ogni istante del mio futuro alla mia fantasia, alla potenza dei miei sogni. E siccome per sognare davvero è necessario dormire, avrei dormito fino alla fine. Pertanto rimasi sveglio il più a lungo possibile, in modo da essere stanco e debole abbastanza da entrare nel sonno più profondo che si possa immaginare. Così feci e così mi addormentai.
Non fu difficile alla mia mente di elaborare fin da subito ciò che era oggetto dei miei desideri, trasformando e mescolando il tutto, producendo il primo di una serie infinita di sogni irrealizzabili, perlomeno nella vita alla luce del sole reale.
L'amore mi ha sempre appassionato, fin da quando non ne conoscevo quasi nulla, se non quello che mi era rimasto delle miliardi di voci, più o meno autentiche, che da sempre carpivo in giro per i miei giorni. Pertanto non fu altro che una nebbia iniziale, una città addormentata. Il buio che abbracciava ogni forma di cemento o asfalto. Il viale più largo e lungo del mondo, cucito da un'interminabile fila di lampioni francesi. Romantici, decadenti e ispiranti, perciò francesi. Nel mezzo di quel viale la mia figura, così come ci si vede nei sogni: leggeri, confusi e senza colore. Mancava qualcosa, la pioggia. Ed ecco subito il suo scrosciare, la fragrante melodia di una immensa orchestra di goccie d'acqua. Ero bagnato sulla testa, nei vestiti, negli occhi. Un maestoso temporale, perchè no. Squarci di luce illuminavano gli angoli più tetri delle vie annesse. Ombre terrificanti vivevano per un istante. L'oscurità più forte, infine, le inghiottiva. Poi d'un tratto l'aria diventò muta, i colori cessarono tranne che su di lei: la ragazza, ragione e frutto dei miei amori più caldi, era di fronte a me. Vicina alle mie dita, lontana da tutto il resto. Non aveva nulla a che fare con quel mostruoso palcoscenico partorito dalla mia fantasia sognante e presuntuosa. Un albero illuminato nel mezzo dell'oceano, un fuoco ardente sulla crosta di un ghiacciaio. I sogni rispecchiano le esperienze della vita coglibile al tatto, ma lo stato di fantasiosa incoscienza ne spreme la magia. Così quella appariva la visione perfetta, lei era l'unica. Un interminabile bacio sotto al tetto di pioggia, nel cuore della tempesta. La presenza fisica di quell'anima stupenda, carpita dalle mie frementi braccia. Gli occhi si chiusero, il piacere di quel momento trasportò la mia immaginazione verso l'incredibile distesa del mare. Non ero nè sotto nè sopra il pelo dell'acqua. Non ero in mare, sopra il mare o sotto il mare. Ero per il mare. Ed era ancora territorio della notte: solamente alcuni timidi abbozzi di stella tentavano di violarne la proprietà, l'incontestabile supremazia. Invano. Il clima era mite, una non troppo calda brezza faceva suo lo spazio tra il mio corpo e i miei abiti. La solitudine più completa, la solitudine perfetta. L'orrore per l'inestimabile profondità che si stagliava tra me e il letto dell'oceano resero i contorni di quel sogno del tutto simili a quelli di un incubo. Vuoto e oscurità sotto i miei piedi. Oscurità e vuoto sopra la mia testa. Un orizzonte invisibile davanti ai miei occhi. Determinato mistero alle mie spalle. Per quanto valgano i sensi nell'elaborazioni della fantasia, fu inevitabile provare smarrimento. Cercai allora uno di quei flebili astri, uniche imperfezioni perfette nel buio del tutto. Uno mi colpì più di tutti. E più ne fissavo il bagliore, più esso si faceva intenso e alla mia portata. Fu dunque una stella a salvarmi. Ma a salvarmi da cosa non potevo ancora comprenderlo, trattandosi puramente di un sogno. La luce mi portò in una stanza conosciuta, anche se osservata per la prima volta dai miei occhi. Legno e pietre ne costituivano pareti, soffitto e pavimento. Due finestre, entrambe sul nulla. Io, ammorbidito sul divano, fissavo lo schermo, in mutande. Non ero triste nè nostalgico. Tutt'altro: mi sentivo bene, libero, finalmente realizzato. Ero solo in quella stanza, ma qualcuno o qualcosa occupava i miei pensieri e li rendeva lucenti. Probabilmente una persona, certamente una ragazza. Un amore. L'amore. E non l'amore che si rincorre ma non si raggiunge. Non un amore cupo nè vago. Ma un amore presente, definito. Un amore in atto. L'amore in atto. Ti amo, pensavo. Mi ami, era il pensiero seguente. E nel frattempo ero in mutande, davanti a quel maledetto e fantastico schermo in movimento. Ma mi alzai da quel divano, calpestai quel pavimento, seguii quelle pareti. I miei piedi, nudi, percepivano ogni piccola sporgenza delle tavole di castagno atte a sorreggermi. Salii quelle scale in legno, entrai in quella stanza, piena di un letto e di un armadio. Scostai la coperta ed il lenzuolo. Mi stesi sul materasso e regalai alla mia nuca il sollievo del cuscino. Ritrassi la coperta sul mio corpo quasi nudo. Chiusi gli occhi e con il sorriso più sincero del mondo, infine, mi addormentai.
Avrei sognato per tutta la notte. In fondo non avevo nulla da perdere, se non qualche ora di questa vita meravigliosa.
Era uno di quei giorni in cui la vita non sembra altro che una gabbia, uno spazio confinato dal quale è impossibile fuggire. In fondo si tratta solo di qualche anno, una parte infinitesimale della cometa del tempo. Ogni vita ha un limite, un luogo oltre il quale non è concesso guardare. Pensai che bisognava trovare una soluzione a questa costrizione naturale. L'unica via perseguibile sembrò quella del sogno perpetuo: avrei regalato ogni istante del mio futuro alla mia fantasia, alla potenza dei miei sogni. E siccome per sognare davvero è necessario dormire, avrei dormito fino alla fine. Pertanto rimasi sveglio il più a lungo possibile, in modo da essere stanco e debole abbastanza da entrare nel sonno più profondo che si possa immaginare. Così feci e così mi addormentai.
Non fu difficile alla mia mente di elaborare fin da subito ciò che era oggetto dei miei desideri, trasformando e mescolando il tutto, producendo il primo di una serie infinita di sogni irrealizzabili, perlomeno nella vita alla luce del sole reale.
L'amore mi ha sempre appassionato, fin da quando non ne conoscevo quasi nulla, se non quello che mi era rimasto delle miliardi di voci, più o meno autentiche, che da sempre carpivo in giro per i miei giorni. Pertanto non fu altro che una nebbia iniziale, una città addormentata. Il buio che abbracciava ogni forma di cemento o asfalto. Il viale più largo e lungo del mondo, cucito da un'interminabile fila di lampioni francesi. Romantici, decadenti e ispiranti, perciò francesi. Nel mezzo di quel viale la mia figura, così come ci si vede nei sogni: leggeri, confusi e senza colore. Mancava qualcosa, la pioggia. Ed ecco subito il suo scrosciare, la fragrante melodia di una immensa orchestra di goccie d'acqua. Ero bagnato sulla testa, nei vestiti, negli occhi. Un maestoso temporale, perchè no. Squarci di luce illuminavano gli angoli più tetri delle vie annesse. Ombre terrificanti vivevano per un istante. L'oscurità più forte, infine, le inghiottiva. Poi d'un tratto l'aria diventò muta, i colori cessarono tranne che su di lei: la ragazza, ragione e frutto dei miei amori più caldi, era di fronte a me. Vicina alle mie dita, lontana da tutto il resto. Non aveva nulla a che fare con quel mostruoso palcoscenico partorito dalla mia fantasia sognante e presuntuosa. Un albero illuminato nel mezzo dell'oceano, un fuoco ardente sulla crosta di un ghiacciaio. I sogni rispecchiano le esperienze della vita coglibile al tatto, ma lo stato di fantasiosa incoscienza ne spreme la magia. Così quella appariva la visione perfetta, lei era l'unica. Un interminabile bacio sotto al tetto di pioggia, nel cuore della tempesta. La presenza fisica di quell'anima stupenda, carpita dalle mie frementi braccia. Gli occhi si chiusero, il piacere di quel momento trasportò la mia immaginazione verso l'incredibile distesa del mare. Non ero nè sotto nè sopra il pelo dell'acqua. Non ero in mare, sopra il mare o sotto il mare. Ero per il mare. Ed era ancora territorio della notte: solamente alcuni timidi abbozzi di stella tentavano di violarne la proprietà, l'incontestabile supremazia. Invano. Il clima era mite, una non troppo calda brezza faceva suo lo spazio tra il mio corpo e i miei abiti. La solitudine più completa, la solitudine perfetta. L'orrore per l'inestimabile profondità che si stagliava tra me e il letto dell'oceano resero i contorni di quel sogno del tutto simili a quelli di un incubo. Vuoto e oscurità sotto i miei piedi. Oscurità e vuoto sopra la mia testa. Un orizzonte invisibile davanti ai miei occhi. Determinato mistero alle mie spalle. Per quanto valgano i sensi nell'elaborazioni della fantasia, fu inevitabile provare smarrimento. Cercai allora uno di quei flebili astri, uniche imperfezioni perfette nel buio del tutto. Uno mi colpì più di tutti. E più ne fissavo il bagliore, più esso si faceva intenso e alla mia portata. Fu dunque una stella a salvarmi. Ma a salvarmi da cosa non potevo ancora comprenderlo, trattandosi puramente di un sogno. La luce mi portò in una stanza conosciuta, anche se osservata per la prima volta dai miei occhi. Legno e pietre ne costituivano pareti, soffitto e pavimento. Due finestre, entrambe sul nulla. Io, ammorbidito sul divano, fissavo lo schermo, in mutande. Non ero triste nè nostalgico. Tutt'altro: mi sentivo bene, libero, finalmente realizzato. Ero solo in quella stanza, ma qualcuno o qualcosa occupava i miei pensieri e li rendeva lucenti. Probabilmente una persona, certamente una ragazza. Un amore. L'amore. E non l'amore che si rincorre ma non si raggiunge. Non un amore cupo nè vago. Ma un amore presente, definito. Un amore in atto. L'amore in atto. Ti amo, pensavo. Mi ami, era il pensiero seguente. E nel frattempo ero in mutande, davanti a quel maledetto e fantastico schermo in movimento. Ma mi alzai da quel divano, calpestai quel pavimento, seguii quelle pareti. I miei piedi, nudi, percepivano ogni piccola sporgenza delle tavole di castagno atte a sorreggermi. Salii quelle scale in legno, entrai in quella stanza, piena di un letto e di un armadio. Scostai la coperta ed il lenzuolo. Mi stesi sul materasso e regalai alla mia nuca il sollievo del cuscino. Ritrassi la coperta sul mio corpo quasi nudo. Chiusi gli occhi e con il sorriso più sincero del mondo, infine, mi addormentai.
Avrei sognato per tutta la notte. In fondo non avevo nulla da perdere, se non qualche ora di questa vita meravigliosa.
martedì 18 marzo 2008
Che prima solo una parola taceva la giornata
Ricordo lacrime lontane, forse nemmeno mie
E’ un folle mondo il nostro
A me bastano i tasti di un pianoforte per ricordare
Anni luce da quelle notti insonni, stretto ad un cuscino
Anni luce da quei giorni ansiosi e sperduti
O quando da piccolo raccoglievo i fiori e li portavo a mia mamma
Quei prati che sembravano tanto sconfinati
Quegli amori sempre dannatamente impossibili
La pesantezza di quel dolore ha lasciato una timida eco
Ora due oceani blu mi guardano innamorati
E quanto sembrano lontane tutte quelle lacrime, forse nemmeno mie
C’è una nuova gelosia, nuove paure
Belle paure
E’ tutto nuovo e sconosciuto, è tutto sorprendentemente bello
E io lo scrivevo sempre che il futuro sarebbe stato bello
Ma bello in questo modo mai
Che prima aspettavo i giorni di pioggia per un po’ di compagnia
Che prima solo una parola taceva la giornata
Ed ora respiro solo te
Ed ora respiro soltanto te
giovedì 28 febbraio 2008
L'amore mio per te
Entri nell’auto e già il tuo profumo si espande, riempie le fessure, si appiccica ai vetri. Prima fuori, adesso mi è dentro. E quando parli con me sembro assente, pare che non ascolti. Ma l’assenza e la parvenza son dovute all’incanto che la tua voce partorisce. Lo stesso incanto che i tuoi occhi assicurano ad ogni sguardo, ad ogni sbirciata. Eccezionalmente dolce e commestibile mentre giochi coi gatti, che sembrano fiutare la tua perfezione: ti seguono golosi.
I mille passi sono una marcia veloce, il cielo piove commosso e invidioso della verde terra che può sostenerti. Raggiunto il nostro nido d’amore, leggéra ti adagi sulla branda, candida e felice di poterti toccare. Perché gli oggetti si sforzano di vivere, se ti avvicini: più forte della loro natura è la tua bellezza.
Io ti sono accanto, ed incredibilmente tu non vorresti altri che me. A questo amore ricambio col mio, alla tua vicinanza accosto la mia. Ora so cosa nasconde la tua maglietta, ora conosco il sapore della tua pelle. E che sorprese regala la vita quando pensiamo di averle viste tutte! E mentre la tivù parla, noi consumiamo il silenzio, in silenzio. Poi sorridi, parli, ridi. Bella e felice, ma soprattutto mia. E come prima il cielo, anch’io mi abbandono alle lacrime: è inspiegabile questa mia fortuna.
Amami ed io ti amerò. Stringimi e non ti lascerò. Baciami ed io ricambierò. E non svegliarmi da questo dolce sogno, lasciami dormire con questo sorriso e questi occhi non più tristi. Perché da quando ti ho trovata ho smesso di cercare. E mentre penso a tutto questo, di nuovo respiro il tuo profumo. Di nuovo mi accorgo dell’amore mio per te.
I mille passi sono una marcia veloce, il cielo piove commosso e invidioso della verde terra che può sostenerti. Raggiunto il nostro nido d’amore, leggéra ti adagi sulla branda, candida e felice di poterti toccare. Perché gli oggetti si sforzano di vivere, se ti avvicini: più forte della loro natura è la tua bellezza.
Io ti sono accanto, ed incredibilmente tu non vorresti altri che me. A questo amore ricambio col mio, alla tua vicinanza accosto la mia. Ora so cosa nasconde la tua maglietta, ora conosco il sapore della tua pelle. E che sorprese regala la vita quando pensiamo di averle viste tutte! E mentre la tivù parla, noi consumiamo il silenzio, in silenzio. Poi sorridi, parli, ridi. Bella e felice, ma soprattutto mia. E come prima il cielo, anch’io mi abbandono alle lacrime: è inspiegabile questa mia fortuna.
Amami ed io ti amerò. Stringimi e non ti lascerò. Baciami ed io ricambierò. E non svegliarmi da questo dolce sogno, lasciami dormire con questo sorriso e questi occhi non più tristi. Perché da quando ti ho trovata ho smesso di cercare. E mentre penso a tutto questo, di nuovo respiro il tuo profumo. Di nuovo mi accorgo dell’amore mio per te.
lunedì 25 febbraio 2008
Felice di esserti vittima
Amore giocherellone, che tenti la mia confusione, credi davvero di aver soddisfatto il tuo desiderio? Credi davvero che Caos abiti ora nella mia mente? Credi bene, sommo sentimento, virus trasformatore. Credi bene, perché ammetto la tua indefinibilità. Ora assassino. Ora generatore. Ma dove stai Amore? Quale sei dei tanti? O sei forse tutti quanti? Sei il bacino universale di vite e morti. Sei certezza di contraddizione. Amore onnipotente, continua a sovrastarmi, a dominarmi e sopraffarmi: sarò felice di esserti vittima.
sabato 9 febbraio 2008
Scrive l'ingenuo poeta
Scrive l’ingenua poeta. Scrive dei suoi tempi nuovi, di quel mare che lo aspetta sotto la finestra. Scrive i residui delle emozioni appena vissute, dell’ennesimo amore sbocciato dopo cinque metri. Scrive di un amore che è diverso da tutti gli altri. Scrive di una storia appena nata, scrive di fiducia e di speranza. Scrive di una giovane ragazza che ricorderà negli anni più lontani. Scrive di un amore puro e folle.
Scrive l’ingenuo poeta.
venerdì 8 febbraio 2008
Tutto andrà bene, ovvero everything will be alright
Oggi è stato uno di quei giorni che nel tempo racconterò più e più volte. In una di quelle chiaccherate notturne quando si è in vacanza, tutti nella stessa stanza, magari. Oppure sorseggiando della buona birra un sabato sera, circondato dagli amici di sempre. E perchè no, anche da solo: mi vedo già, nel mio letto, che mi racconto il sogno di questo indimenticabile giorno. Che ascolto quella canzone, che mi commuovo per l'ennesima volta. Perchè oggi tutto scintillava di perfezione. Se penso a questa mattina, passata col solito mal di pancia psicosomatico, pensando al come, al se, al ma e al però... se ci ripenso mi faccio tenerezza.
Come ridevi amore, com'eri bella. E ridevo anch'io e non sapevo perchè, o lo sapevo fin troppo bene. E ogni volta che mi guardavi negli occhi,dovevo trattenermi. Altrimenti sarebbe brillato un bacio, ma non sarebbe stato abbastanza perfetto. La tua mano stretta nella mia. Mr Brightside, doveva essere ascoltata per prima. Così è stato. Poi il luogo perfetto: il mare sbadigliante, gli scogli srotolati e sparsi, il sole verso il sonno. Ne abbiamo scelto uno, di quegli scogli. Il più perfetto. Ci siamo seduti, uno accanto all'altro. Di fronte solo mare e un'arancia infuocata. Una crepes, tu che mi imboccavi come un bimbo. Smile like you mean it, doveva essere la seconda canzone. Così è stato. E ti giuro amore mio, non aspettavo altro che la sua fine, conscio di ciò che l'avrebbe seguita. Solo musica dentro la nostra testa. Tutto il resto in silenzio, attento solo ai nostri gesti, ai nostri sguardi.
Everything will be alright, cucciola mia. Tutto è andato bene, perfettamente. Le prime note e già fremevo. Prima la tua guancia, poi il contorno delle tue labbra. Quella voce nelle orecchie, quella melodia. Amore... baciami, pensavo. Te lo urlavo in silenzio. Mi hai sentito, hai alzato il tuo viso perfetto incrociando la scia dei tuoi occhi con quella dei miei.
Il bacio più bello della storia, perchè il passato si è dissolto in quei 5 minuti e 45 secondi, il presente ha perso realtà a favore del sogno, il futuro sarebbe stato nient'altro che la ripetizione di quegli istanti. All'infinito, per sempre. E mentre consumavamo la canzone con le nostre labbra, ti guardavo negli occhi. Diavolo quanto sei bella, amore mio. Pensavo. Che ci fai qui con me? Mi chiedevo. Avrei ascoltato la nostra canzone altre mille volte, avrei rivisto altrettanti tramonti. Il mare, quello scoglio che sarà il nostro per sempre, il tramonto, quella canzone.
Amore mio...
Come ridevi amore, com'eri bella. E ridevo anch'io e non sapevo perchè, o lo sapevo fin troppo bene. E ogni volta che mi guardavi negli occhi,dovevo trattenermi. Altrimenti sarebbe brillato un bacio, ma non sarebbe stato abbastanza perfetto. La tua mano stretta nella mia. Mr Brightside, doveva essere ascoltata per prima. Così è stato. Poi il luogo perfetto: il mare sbadigliante, gli scogli srotolati e sparsi, il sole verso il sonno. Ne abbiamo scelto uno, di quegli scogli. Il più perfetto. Ci siamo seduti, uno accanto all'altro. Di fronte solo mare e un'arancia infuocata. Una crepes, tu che mi imboccavi come un bimbo. Smile like you mean it, doveva essere la seconda canzone. Così è stato. E ti giuro amore mio, non aspettavo altro che la sua fine, conscio di ciò che l'avrebbe seguita. Solo musica dentro la nostra testa. Tutto il resto in silenzio, attento solo ai nostri gesti, ai nostri sguardi.
Voglio baciarti...
Everything will be alright, cucciola mia. Tutto è andato bene, perfettamente. Le prime note e già fremevo. Prima la tua guancia, poi il contorno delle tue labbra. Quella voce nelle orecchie, quella melodia. Amore... baciami, pensavo. Te lo urlavo in silenzio. Mi hai sentito, hai alzato il tuo viso perfetto incrociando la scia dei tuoi occhi con quella dei miei.
Baciami...
Il bacio più bello della storia, perchè il passato si è dissolto in quei 5 minuti e 45 secondi, il presente ha perso realtà a favore del sogno, il futuro sarebbe stato nient'altro che la ripetizione di quegli istanti. All'infinito, per sempre. E mentre consumavamo la canzone con le nostre labbra, ti guardavo negli occhi. Diavolo quanto sei bella, amore mio. Pensavo. Che ci fai qui con me? Mi chiedevo. Avrei ascoltato la nostra canzone altre mille volte, avrei rivisto altrettanti tramonti. Il mare, quello scoglio che sarà il nostro per sempre, il tramonto, quella canzone.
Il bacio più bello della storia.
domenica 3 febbraio 2008
Adesso so
Eppure al mondo c’è qualcuno che non ti conosce. E c’è perfino qualcuno che non sospetta nemmeno della tua esistenza. Io invece devo aver fatto qualche cosa che qualcuno di molto potente ritiene “degna di merito”. Perché? Perché un giorno questa mia vita ha incrociato la tua. E da quel giorno perfetto tutto ha cambiato colore. Tutto quello che prima non riuscivo a vedere è sbucato fuori nella sua bellezza. Tutto quello che prima purtroppo vedevo, adesso finalmente non c’è più. E’ solo grazie a te che ogni mattino non è il mattino del solito giorno, ma di un nuovo giorno da respirare, da sentire, da godersi. Sembrerà retorico, sembrerà banale. A qualcuno sembrerà perfino ruffiano. Ma anch’io, fino a poco tempo fa, non sospettavo neanche dell’esistenza di un essere così perfetto, che potesse sposarsi così armonicamente col mio mondo. Con le tue parole, con i tuoi sguardi e coi tuoi modi mi hai tirato fuori da quella mischia di persone che non sanno. Adesso so. E più so, meno mi convinco di essere davvero sveglio. Se così fosse, vi prego non svegliatemi. Ti prego, amore, non svegliarmi. Sei l’unico vero sogno che valga davvero la pena di essere vissuto fino alla fine. E non mi dimenticherò mai di te.
venerdì 1 febbraio 2008
Amore mio
Amore mio, dagli occhi grandi che conquistano tutto. Che hanno conquistato me. I tuoi occhi celesti, che ci vedi il cielo dentro, che ti gira la testa e non sai più orientarti, perché fino a un istante fa il cielo era li sopra e adesso è tutto lì dentro.
Amore mio, con quel dolce modo di fare, di dirmi le cose. Quel modo di fare per cui sei diversa, sei la perfezione, sei la mia preferita. Quel modo di fare che mi stupisce, che cattura la mia fantasia e non smette di giocarci.
Amore mio, che sembravi così lontana, che prima non esistevi e non potevi esistere. Ed ora ci sei. Ci sei tutti i giorni, ci sei tutto il tempo. Ci sarai per sempre. E ancora mi chiedo come, ancora mi chiedo se.
Amore mio, che adesso è tutto bello, colorato, intenso. Un arcobaleno gigante e rovesciato, a forma di sorriso. E questo sogno che è già nato, che tutto potrebbe essere ancora più bello, che forse lo sarà presto.
Amore mio, perché da poco ti chiamo così. Perché l’avrei fatto dal primo giorno. Perché vorrei farlo fino all’ultima fine.
venerdì 11 gennaio 2008
Dissi che ti amavo
Dissi che ti amavo. Ti dissi anche che non eri la prima per cui provavo un sentimento simile, ma la prima a cui lo confessavo. Fin da subito ti promisi tutto quello che poteva essere promesso. E non lo feci per conquistarti, ma perché avevo solo voglia di darti tutto quello avresti potuto desiderare; per convincerti che nessun altro, oltre a me, sarebbe riuscito nel medesimo intento. Ma tu di questo non te ne sei mai convinta. Mai un grazie, ma non era questo che volevo. Volevo solo il tuo amore. Che detta così sembra ben poca cosa, ma allora per me era quella più grande. Mi ricordo quella sera d’estate, sdraiati sull’erba, davvero sotto le stelle. Una persona normale avrebbe cercato di stare tranquilla, di non correre troppo, di non esagerare. Ma io ero pazzo di te e nella mia pazzia ti promisi Londra, ti promisi Parigi. E non erano promesse vuote. Avrei voluto avere l’occasione di mantenerle, e nient’altro. Ma tu non sembravi colpita, né spaventata, né intenerita. Soltanto indifferente. Ma io ero troppo innamorato per rendermene conto, per non mentire a me stesso. Sono scivolato su quelle illusioni per settimane, sperando in una luce sempre più debole, sempre più lontana, sempre meno luce. Fino al giorno in cui ho deciso di fermarmi, di aprire gli occhi e di svegliarmi da quel sogno che ogni giorno di più sembrava un incubo. Per la prima volta nella nostra storia sceglievo per me e non per te. E per la prima volta smisi di sperare.
Ora lui ti ha portata via, per sempre. Lui non sa di essere l'uomo più fortunato del mondo. Lui non comprende che onore sia baciare le tue labbra. Lui e nessun altro potranno amarti come ho fatto io.
giovedì 10 gennaio 2008
Quelli come me
Quelli come me non raccontano di storie d’amore, quando parlano al passato.
Quelli come me raccontano di storie del proprio amore. Perché il nostro amore non ha mai trovato uno specchio abbastanza fedele da ricambiarlo con la propria immagine riflessa. Le mancanze firmano le tappe della nostra esperienza e noi ne ricordiamo solo i vuoti. Non è vittimismo o autodesolazione. E’ lucida analisi della nostra realtà, per quanto lucidi possiamo essere noi giovani sognatori. Noi guardiamo una coppia d’innamorati, seduta su una panchina: sogniamo di loro, per noi. Dalla realtà particolare al sogno universale. Troveremo la giusta melodia, il corretto da farsi, il finale migliore. Il nostro sogno, la loro storia. E’ in quel momento, quando realizziamo che questa è la realtà, che immaginiamo quanto potremmo essere più perfetti noi se solo avessimo la loro stessa occasione. Anche se alla fine, nessuno sa con certezza come andrebbe. Noi poeti illusi, però, delle certezze abbiamo imparato a farne anche a meno, senza mai smettere di sognare.
Quelli come me raccontano di storie del proprio amore. Perché il nostro amore non ha mai trovato uno specchio abbastanza fedele da ricambiarlo con la propria immagine riflessa. Le mancanze firmano le tappe della nostra esperienza e noi ne ricordiamo solo i vuoti. Non è vittimismo o autodesolazione. E’ lucida analisi della nostra realtà, per quanto lucidi possiamo essere noi giovani sognatori. Noi guardiamo una coppia d’innamorati, seduta su una panchina: sogniamo di loro, per noi. Dalla realtà particolare al sogno universale. Troveremo la giusta melodia, il corretto da farsi, il finale migliore. Il nostro sogno, la loro storia. E’ in quel momento, quando realizziamo che questa è la realtà, che immaginiamo quanto potremmo essere più perfetti noi se solo avessimo la loro stessa occasione. Anche se alla fine, nessuno sa con certezza come andrebbe. Noi poeti illusi, però, delle certezze abbiamo imparato a farne anche a meno, senza mai smettere di sognare.
lunedì 7 gennaio 2008
A chi
A chi non crede più che esista il meglio
E spera ormai soltanto al meno peggio
A chi non ama l’odio né il rancore
Perché è imbecille e crede ancora nell’amore
A chi credeva di essere già morto
E ha pianto poi perché era ancora vivo
A chi di notte dorme e sogna poco
Per fare più di un sogno quando è sveglio
A chi se pensa male è solo un bene
Perché di delusioni ne ha abbastanza
A chi c’ha tempo sempre più di tutti
E non sa mai però con chi occuparlo
A chi si fa bastare sempre il poco
E aspetta ancora di trovare il tanto
A chi non crede più nel suo futuro
E passa notti a piangere il passato
A chi di notte poi non ha mai sonno
Ma di restare sveglio non ne ha voglia
A chi rimanda sempre ad un domani
E poi fa finta che sia sempre oggi
A chi vorrebbe avere un’altra voce
E invece tutti lo amano per quella
A chi si fida poco di se stesso
E dà fiducia a tutti e sbaglia sempre
A chi è bravo a stare proprio al centro
Ma sempre e solo al centro dei problemi
A chi non guarda mai dentro allo specchio
Perché ha paura di essere se stesso
A chi non ha bisogno delle botte
Perché per farsi male fa da solo
A chi si affida sempre e solo al tempo
E il tempo invece è lì che ancora aspetta
A tutti questi dico solamente
Non siate mai la rima di voi stessi
giovedì 3 gennaio 2008
Fiocchi di neve
La neve di oggi mi fa pensare. Osservo migliaia di fiocchi contemporaneamente, che uno dopo l’altro si posano al suolo vinti dalla forza di gravità, più forte della loro leggerezza. Li osservo mentre imbiancano il grigio della mia città, mentre celano ciò che prima c’era e si vedeva, e che ora non è più visibile, senza cessare di esistere. E’ così esplode in me l’idea di una metafora: guardo la neve coprire ogni cosa e vedo me, come specchiato, che la spargo sulle mie questioni. Poi passeggio sulla sua coltre, stampando le mie orme l’una affianco all’altra, come non volessero rimanere sole, nel freddo. Ciò che prima era nero, è ora bianco. Ma solo perché preferisco il secondo al primo, non perché l’uno abbia davvero preso il posto dell’altro. Ma già attendo il nuovo sole, perché le mie questioni, pur celate, carpiscono i miei pensieri ancor più quando la loro presenza è solo immaginata: infatti, la mia fantasia è solita esagerare ciò che già di per sé sarebbe difficile da contenere. Pertanto, è meglio che veda esse chiaramente, nella loro reale importanza, piuttosto che viaggiare pericolosamente per le vie dell’immaginazione.
martedì 1 gennaio 2008
Buon anno gente
Sono le 00.59 del 2 gennaio 2008.
Sono sveglio e ho poco sonno, dato che quest’oggi mi sono svegliato verso le 14. La notte di ieri è stata la notte di Capodanno. Che poi non ho mai capito quando sia davvero Capodanno, cioè se (in questo caso) sia stato l’ultimo secondo del 2007 o il primo del 2008. Oppure è stato quell’infinitesimale istante in cui non eravamo né completamente nel 2007, né del tutto nel 2008. Ma poco importa, ormai questo Capodanno fa già parte degli eventi passati. E’ il tipico momento in cui si fanno bilanci, riflessioni. In cui si stabiliscono degli obbiettivi, si rivedono le proprie speranze. Il mio 2007 è stato un anno con soddisfazioni, sorprese, delusioni e tutto il resto, come ogni altro anno. E’ stato l’anno degli ultimi mesi del liceo, mesi che molti di voi staranno rimpiangendo o sono sicuro che rimpiangeranno. L’anno della maturità, di quel peso che scorgi in lontananza per 5 anni e che sfuma in 30 minuti. Ricordo i giorni ai Piani, prima con Andre poi anche con il Pinguino. Noi tre e basta, nella mia casetta rosa ai piedi del bosco, a discutere della storia del mondo e degli uomini. Ricordo il nostro tavolo, soffocato dai libri. Ricordo la porta di casa che, ogni tanto, mentre studiavamo si apriva un poco: venivamo così distratti dal sole della prima estate e da esso invogliati a scappare fuori a prendere un po’ del suo calore. Quello era solo l’assaggio dell’estate più importante che avremmo mai vissuto. Iniziata subito bene, col mio Genoa finalmente in Serie A, con la festa in Piazza De Ferrari. Ma ancora prima di quei giorni, la settimana a Berlino. Tutti consapevoli che, quella, sarebbe stata l’ultima volta davvero insieme, come classe. Per poi ritrovarsi in quei primi giorni di luglio, nella nostra ultima aula, quella dell’esame orale. E il mio esame, l’ultimo della mia classe, l’ultimo di tutta la scuola. Non scherzo, sono stato l’ultimo maturando e maturato. In effetti io maturo sempre in ritardo, perlomeno sempre dopo gli altri. Ma l’importante è maturare, è sentire quella sensazione che ti prende non appena l’ultimo professore ti dice che basta così, non appena esci da quell’aula, non appena esci dalla tua scuola, per la prima volta, da non liceale. Poi l’estate 2007. Il viaggio in Grecia, io, Fiore e il Carletto. E la Kia ovviamente, la nostra macchina. Il viaggio in traghetto, quel primo amore passante, quella ragazza che, straordinariamente, avrei ritrovato sul traghetto del ritorno. Un amore in silenzio. Gli alberghi sempre diversi, un’isola magica, una giovane svizzera. E dopo la Grecia, Londra. La città in cui abiterebbe Dio, se Dio esistesse. Io, Fabri e la Marty. Trio insolito. La bellezza della city sopra ogni cosa, la passante del British Museum. Ricordo ancora i suoi occhi, è incredibile. Ma si sa, io mi innamoro ogni 5 metri. E’ stato anche il mio primo viaggio aereo senza compagnia. Così anche al ritorno, passando gli ultimi minuti del volo a parlare con un’infermiera e un giovane ragazzo inglese. Chissà se anche loro si sono mai ricordati di quei veloci istanti, da quel giorno ad oggi. Infine, l’ultima parte dell’estate 2007. Quella trascorsa ai Piani e a Frassinello, sull’appennino ligure. Le nuove amicizie coi ragazzi e le ragazze del posto. E poi, beh, lei. Ma di lei ho detto abbastanza, prima sempre bene, ultimamente solo male. Sta di fatto che quell’agosto, per me, rimarrà per sempre straordinario, indimenticabile e comunque irripetibile. Soprattutto grazie a lei, ma non solo. Chi non ricorda le mega-partitone al campetto? Chi si è dimenticato dei viaggi notturni in Kia? Perlomeno queste cose si potranno ripetere anche la prossima estate, con le persone che se lo meriteranno.
Poi, la fine dell’estate 2007. L’immatricolazione all’università, presto diventata “uni”. Il politecnico, il design, il disegno. Tutto nuovo, tuttora un poco spaesato. La nuova amicizia con Massi il dj cazzaro, nuovi amori passanti, nuove parole, nuove esperienze, nuove paure, nuove soddisfazioni. Nuova vita direi. Mesi un po’ tristi, per colpa di lei. Ma di lei ho già detto abbastanza, no? Quei mesi di sofferenza sono finiti nell’unico modo possibile, 7 giorni fa. L’ennesimo Natale così e così. Infine, la notte di Capodanno. Io e la Cri: sognavamo una villa, siamo finiti nel retro di una pizzeria. Ma alla fine è andata bene comunque, grazie alla musica, a nuove interessanti conoscenze, a personaggi nati per essere presi per il culo.
5, 4, 3, 2, 1. Buon anno gente.
Sono sveglio e ho poco sonno, dato che quest’oggi mi sono svegliato verso le 14. La notte di ieri è stata la notte di Capodanno. Che poi non ho mai capito quando sia davvero Capodanno, cioè se (in questo caso) sia stato l’ultimo secondo del 2007 o il primo del 2008. Oppure è stato quell’infinitesimale istante in cui non eravamo né completamente nel 2007, né del tutto nel 2008. Ma poco importa, ormai questo Capodanno fa già parte degli eventi passati. E’ il tipico momento in cui si fanno bilanci, riflessioni. In cui si stabiliscono degli obbiettivi, si rivedono le proprie speranze. Il mio 2007 è stato un anno con soddisfazioni, sorprese, delusioni e tutto il resto, come ogni altro anno. E’ stato l’anno degli ultimi mesi del liceo, mesi che molti di voi staranno rimpiangendo o sono sicuro che rimpiangeranno. L’anno della maturità, di quel peso che scorgi in lontananza per 5 anni e che sfuma in 30 minuti. Ricordo i giorni ai Piani, prima con Andre poi anche con il Pinguino. Noi tre e basta, nella mia casetta rosa ai piedi del bosco, a discutere della storia del mondo e degli uomini. Ricordo il nostro tavolo, soffocato dai libri. Ricordo la porta di casa che, ogni tanto, mentre studiavamo si apriva un poco: venivamo così distratti dal sole della prima estate e da esso invogliati a scappare fuori a prendere un po’ del suo calore. Quello era solo l’assaggio dell’estate più importante che avremmo mai vissuto. Iniziata subito bene, col mio Genoa finalmente in Serie A, con la festa in Piazza De Ferrari. Ma ancora prima di quei giorni, la settimana a Berlino. Tutti consapevoli che, quella, sarebbe stata l’ultima volta davvero insieme, come classe. Per poi ritrovarsi in quei primi giorni di luglio, nella nostra ultima aula, quella dell’esame orale. E il mio esame, l’ultimo della mia classe, l’ultimo di tutta la scuola. Non scherzo, sono stato l’ultimo maturando e maturato. In effetti io maturo sempre in ritardo, perlomeno sempre dopo gli altri. Ma l’importante è maturare, è sentire quella sensazione che ti prende non appena l’ultimo professore ti dice che basta così, non appena esci da quell’aula, non appena esci dalla tua scuola, per la prima volta, da non liceale. Poi l’estate 2007. Il viaggio in Grecia, io, Fiore e il Carletto. E la Kia ovviamente, la nostra macchina. Il viaggio in traghetto, quel primo amore passante, quella ragazza che, straordinariamente, avrei ritrovato sul traghetto del ritorno. Un amore in silenzio. Gli alberghi sempre diversi, un’isola magica, una giovane svizzera. E dopo la Grecia, Londra. La città in cui abiterebbe Dio, se Dio esistesse. Io, Fabri e la Marty. Trio insolito. La bellezza della city sopra ogni cosa, la passante del British Museum. Ricordo ancora i suoi occhi, è incredibile. Ma si sa, io mi innamoro ogni 5 metri. E’ stato anche il mio primo viaggio aereo senza compagnia. Così anche al ritorno, passando gli ultimi minuti del volo a parlare con un’infermiera e un giovane ragazzo inglese. Chissà se anche loro si sono mai ricordati di quei veloci istanti, da quel giorno ad oggi. Infine, l’ultima parte dell’estate 2007. Quella trascorsa ai Piani e a Frassinello, sull’appennino ligure. Le nuove amicizie coi ragazzi e le ragazze del posto. E poi, beh, lei. Ma di lei ho detto abbastanza, prima sempre bene, ultimamente solo male. Sta di fatto che quell’agosto, per me, rimarrà per sempre straordinario, indimenticabile e comunque irripetibile. Soprattutto grazie a lei, ma non solo. Chi non ricorda le mega-partitone al campetto? Chi si è dimenticato dei viaggi notturni in Kia? Perlomeno queste cose si potranno ripetere anche la prossima estate, con le persone che se lo meriteranno.
Poi, la fine dell’estate 2007. L’immatricolazione all’università, presto diventata “uni”. Il politecnico, il design, il disegno. Tutto nuovo, tuttora un poco spaesato. La nuova amicizia con Massi il dj cazzaro, nuovi amori passanti, nuove parole, nuove esperienze, nuove paure, nuove soddisfazioni. Nuova vita direi. Mesi un po’ tristi, per colpa di lei. Ma di lei ho già detto abbastanza, no? Quei mesi di sofferenza sono finiti nell’unico modo possibile, 7 giorni fa. L’ennesimo Natale così e così. Infine, la notte di Capodanno. Io e la Cri: sognavamo una villa, siamo finiti nel retro di una pizzeria. Ma alla fine è andata bene comunque, grazie alla musica, a nuove interessanti conoscenze, a personaggi nati per essere presi per il culo.
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