Vi guardo attraverso il parabrezza. Avrete poco più di diciotto anni, tu e tu. Davanti a me e alla stazione vi baciate con forza, spingendo la bocca dell'uno contro quella dell'altra, sfregando le lingue e scambiandovi litri di saliva. Gli amici della vostra compagnia parlano e si sorridono, ma non si curano di voi. Nessuno lo fa, a parte me. E a voi non importa.
Non sapete ancora niente, mentre io sì. Non immaginate che questa sarà solo uno degli amori della vostra vita. Sarà solo uno dei baci fuori da una stazione. Vi amate, vi lascerete, vi odierete, vi dimenticherete. Tu ne prenderai un'altra, tu un altro. E altri ancora. E vi bacerete altrettanto ardentemente, oppure sempre meno. Farete l'amore nelle auto, nel letto dei vostri genitori, nei cessi del multisala, per terra, nel mare, in un giardino. Penserete ogni volta che sarà l'ultima, e non lo sarà mai, almeno per un po'. Non sapete che quegli amici, ora vicini a voi, perderanno interesse e non vi chiameranno più. E presto a voi non peserà più. E vi dimenticherete, l'uno dell'altra, l'una dell'altro. Non sapete niente di tutto questo, di ciò che è lì ad aspettarvi, con la bava alla bocca. Non sapete niente e continuate a baciarvi, con la violenza degli ingenui. Di fronte alla stazione, per nulla stupita. Ne ha visti tanti, lei, di baci così.
Non è che sia poi questa grande novità.
Bevo un'altra birra, fumo un'ultima sigaretta. Mi ritrovo a ricordare le scintille dell'innamoramento. Ho capito che mi basta osservare una ragazza ballare. Mi fermo, inebetito dai suoi movimenti. Li rallento da buon regista e me li godo, centimetro per centimetro. È già successo, in passato. E lei sa che parlo di lei. MI bastò quello, e capii. Compresi in un attimo quello che sembra talmente complicato da rischiare di non essere vissuto mai, nemmeno in una vita intera. A volte è bastato un sorriso, mai senza un paio di occhi. La gioia, l'estasi trasmessa involontariamente. Questo è l'innamorarsi. Non è un bacio, non è il dolce avvinghiarsi. È sempre un momento inatteso, inaspettatamente lontanissimo dal banale. Vado a dormire.
Sono convinto di essere affetto dal bisogno di amare. Un libro mi ha aperto gli occhi, definitivamente. Quello che faccio, da sempre, è molto semplice. Cerco un volto che non abbia determinate caratteristiche per me non oltrepassabili, su di esso mi concentro e lo idealizzo. Dopo qualche giorno mi ritrovo perso, come fosse la sensazione più facile di questo mondo. Ho bisogno di amare, non di essere amato. Quella, semmai, è la scusa. Probabilmente nel momento in cui mi sentissi davvero amato, comincerei ad allontanarmi. La fine di un amore è la sua realizzazione. E un amore può essere costruito da una persona sola, non per forza da due. Credo di essere diventato bravissimo in questo. O di esserlo sempre stato. E non giudicate con semplicità, dicendo "allora non è amore". Amore è qualcosa di troppo vago e trasparente per essere inquadrato in una definizione. Qualcuno ha detto che l'amore è il frenetico desiderio di qualcosa che non possediamo del tutto. Nel momento in cui si realizzasse questo possesso, il sentimento svanirebbe con la stessa velocità con cui è nato. In questo c'è qualcosa di spaventosamente vacuo e leggero. Davvero siamo spinti a fondare le nostre vite e le nostre scelte più importanti su poco più di una sensazione? Può anche essere una convinzione, ma la più soggettiva delle convinzioni possibili. È per questo che in qualche modo sono sempre stato capace di rialzarmi. Perchè forse non sono mai stato davvero convinto di meritarmi qualcuno. Se lo fossi stato, quel qualcuno avrebbe immediatamente perso valore. Come posso meritarmi la perfezione? Dovrei essere perfetto anch'io, e in quel caso tanto varrebbe bastare a me stesso e non avventurarmi in baci, sesso e situazioni complicate e complichevoli. Io ho bisogno di amare, necessità di adorare un'entità sicuramente non alla mia altezza. E non è detto che non lo sia davvero, ma è a questo scopo che interviene l'idealizzazione. E io idealizzo, idealizzo a tonnellate. Mi invento persone e personalità straordinarie, basandomi su parole, gesti e comportamenti che in realtà sono banalmente normali. Evidentemente non riesco a fermarmi a questo, sarebbe un po' come vivere un tanto di meno. E io voglio vivere ancora di più. Ed è presto fatto, questo gioco malato. Se volete il mio amore, perciò, non amatemi. Ulisse legato all'albero maestro. Il canto delle sirene voglio ascoltarlo, desiderarlo più di ogni altro sogno e necessità. Ma non voglio avere l'occasione di coglierlo, toccarlo, possederlo del tutto. Svanirebbe il suo colore. Perchè in fondo è tutta una questione di colore. Il colore che i miei occhi assegnano alle superfici. E nessuno potrà mai confermarmi che il blu di un paio d'occhi sia realmente il blu in cui io mi perdo. Il bisogno supererà sempre la logica e la ragione. Mi rassegno a questa condanna, cerco nuovi volti su cui posare le mie volutamente inutili speranze. Volti da colorare a mio piacimento. Volti di cui potermi innamorare, uno alla volta, uno dopo l'altro. Ho bisogno di amare. Ho estremo bisogno di innamorami.