Sarà il mondo ad innamorarsi di noi,
non il contrario.
Dio ci concederà l'immortalità, desideroso di non perdere il nostro amore tra anime gemelle, volendolo ammirare in eterno, nei tempi dei tempi.
Sarà lui ad adorarci, non il contrario.
Sarà la vita che vivrà di noi, sarà la morte che ci temerà.
Non il contrario.
Saremo noi a riscaldare il sole, gli alberi ci respireranno.
La frutta avrà fame di noi, saranno i fiori ad annusare il nostro profumo.
Non il contrario.
Coloreremo la luce, coi nostri sguardi.
Misureremo la felicità, con la nostra intesa.
Tu sarai me e io sarò te. Insieme saremo noi, voi e loro.
Il Destino seguirà noi, non il contrario.
E sarà la notte a decidere quando mostrare le sue stelle, ossia ogni volta che vorremo osservarle.
Perché la Gioconda sorride per noi, i poeti scrivono di noi e del nostro amore.
Le meraviglie del mondo s'incantano spiando le nostre effusioni, le nuvole scatenano la loro invidia con vento e pioggia, per cercare di limitarci.
E tutti gli animali della Terra vorrebbero esserci fedeli, e tutte le onde baciare i nostri piedi, a spasso sulla riva.
Ogni re, ogni imperatore s'inchinerebbe al nostro cospetto, come umile servo della nostra passione. E perfino i sogni, perfino i sogni vorrebbero addormentarsi per vederci insieme magicamente, fantasticamente, meravigliosamente.
Nessuno, niente ci fermerà, nulla spegnerà i nostri cuori.
Perché col nostro amore, morirebbe tutto il resto.
Non il contrario.
La prima volta mi sei quasi sfuggita. Forse perché i miei pensieri erano lontani, la mia attenzione pure. Forse perché avevo meno fiducia e non vedevo più la stessa bellezza intorno. Quella bellezza che avevo sempre ricercato, talvolta trovato, nei viaggi e nei sentieri. Quella bellezza che mi ha travolto quel giorno, in quel locale buio e illuminato a scatti, in quella bolgia indistinta di sudore, saliva, corpi, mani, capelli, respiri. Io ero lì in mezzo, immobile nel movimento generale. Come quelle rocce che resistono all’impeto dei torrenti, senza mai farsi sommergere del tutto, senza farsi trascinare via. E tu eri lì sopra, sopra il bancone. Molti occhi erano per te, i miei pure. Erano per te gli occhi, la mente, il cuore. Per te il tempo, il mio stupore, la mia meraviglia. E ti muovevi con la musica, ti accarezzavi i capelli. Ed io con la testa verso l’alto e un’espressione inebetita. In quel momento ho scoperto il tuo superpotere, quello di muovere le cose. Ma solo certe cose. Gli occhi di chi ti ammirava e le loro teste, certo. Ma un superpotere non è super se non è unico. Molte altre avrebbero potuto attirare la loro attenzione, rapire i loro sguardi. Ma solo tu accelerare il mio petto. Ma non eri mia, non ancora. Eppure lo sentivo, lo sapevo. Da subito. Quell’energia, quell’attrazione magnetica che ci portava ad unirci, ad abbracciarci, a baciarci. Quella era presto spiegata, conoscevo il futuro. Quel futuro che ora è presente, il primo presente. Adesso non conosco il futuro, non posso. E non sarebbe nemmeno bello, non credi? Però se mi sveglio contento e vado a letto felice, un motivo c’è. Ed io non voglio perderlo, perché il meglio di questo non esiste. Per me. E io ormai voglio solo il meglio, senza accontentarmi, senza cercare di aggiustare quello che non può essere aggiustato. Voglio te.
Ciao…
Questa è una lettera per te, una lettera che non leggerai mai. Ma io la scriverò lo stesso, perché serve anche a me. Forse lentamente mi sta passando, il dolore per averti perduta. Alcuni mi dicono “dimenticala”. Io non ti sto dimenticando, comunque sia. Non voglio farlo. Ma è giusto che tu viva la tua vita, come ritieni che sia meglio. E non è giusto che io mi intrometta ora, perché sei innamorata e lui sarà il tuo unico pensiero, deve esserlo. Ho passato giorni difficili, i più difficili finora. Però io l’ho vissuta del tutto, la nostra storia. Dal primo a quell’ultimo giorno. Non posso avere rimorsi e nemmeno rimpianti, perché sono sicuro di averti amata. Per quello che sei. E questo è ciò che conta, in fondo. E’ questo che fa si che non si tratti di tempo perso, che ne sia valsa la pena. Mi piace pensare ad un giorno, fra molti giorni, in cui ti potrò rincontrare. Vedo me e te seduti al tavolino di un bar o che passeggiamo sul lungomare. Cresciuti, cambiati e un pochino diversi. A raccontarci cosa è stato, cosa speriamo che sia. Sereni, senza rancori e senza rabbia. Senza illusioni. Felici ognuno per sé, contenti di come sia andata, alla fine.
Sto meglio adesso, almeno mi pare che sia così. Ho tanti amici, sai? Tanti veri amici, quelli che ti prendono per mano quando hai perso quella che tenevi più stretta. E che non volevi mollare. C’è Carlo, c’è sempre. L’ho conosciuto sulle scale, il mio amico più vicino. L’ho conosciuto grazie a Genova, la costante di tutta la mia vita. E vorrà pure dire qualcosa, credo. Sono molte e sempre di più le nostre chiacchierate, stupide o intense. Mi fanno star bene, mi fa star bene pensarci. C’è Silvia, te ne avevo parlato ricordi? Lei ha sempre avuto un posticino speciale, nella mia testa e nel mio cuore. Anche lei c’è sempre stata, anche quando era dall’altra parte dell’Oceano. E io uscivo di casa, compravo la tessera internazionale solo per sentire come andava, per sentire la sua voce. Anche lei mi ha preso per mano, ora che ne ho più bisogno. C’è Fiore, che forse non crede di esserci così tanto, per me. Era anche ora di farglielo sapere, non credi? Molti mi hanno detto parole diverse per aiutarmi a guarire la mia ferita. Credo che lui sia stato uno dei più sinceri. E questo può essere solo un merito, in ogni caso. C’è Uip, la più lontana e una delle più vicine. Forse anche lei, dal paesino sperduto in cui respira il tempo, mi sta tendendo la mano. E io la prendo volentieri. Perché lei mi conosce bene, pur non avendomi mai conosciuto. Perché lei và e viene, ma comunque resta. C’è Max, che probabilmente mi prenderà per il culo dopo aver letto queste parole, ma questo è parte di lui. E’ solare e ridiamo per ogni cosa. E ora penserà che sono gay. Diciamo che è il mio compagno di evasioni. C'è Andre, che ha vissuto i miei stessi momenti, con la stessa intensità. Lo stesso dolore lancinante. Mi ricordo ancora il suo messaggio del 23 dicembre 2005. Quando in testa avevo il mio primo paio di corna. Ricordo un momento a Berlino, sotto l'ostello. A fumare. Anche lui c'è sempre stato.
Sono tutti amici veri, quelli che è difficile trovare e ancora più difficile perdere. E ce ne sono altri, tanti altri. Ma è quasi l’una e io mi sono sfogato abbastanza, se questo può essere considerato uno sfogo.
Aspetto quel giorno, mi raccomando. Non ti dimenticherò mai, non voglio farlo.
Oggi Milano è grigia per tutti. Perché piove, perché il cielo ha perso colore e il traffico distrugge la pazienza. Oggi Milano è grigia per me. E lo sarebbe comunque, anche se in cielo splendesse il sole. Ho amato una ragazza con tutto il mio cuore, con tutto il rischio possibile, agendo sempre d’istinto e passione. Poi tutto è andato nel peggior modo immaginabile, perché sfido io a trovare una fine più triste di questa. Sono stato lasciato, all’improvviso. Il famoso e stradetto fulmine a ciel sereno. L’ho persa, in un secondo, in una manciata di parole, in un fiume di lacrime. Sono passati due mesi. Lei ha un altro, lo chiama “amore”, come chiamava me, come mi ha chiamato per più di un anno. Gli dice “ti amo”, come diceva a me, sempre, senza mai saltare un giorno. Camminano abbracciati, nelle foto. Si baciano. Hanno una loro canzone, i loro luoghi, i loro soprannomi, i loro segreti, le loro intimità, i loro progetti, le loro consuetudini. Hanno il pacchetto completo. E io sto qui, a piangere osservandoli da lontano, pensando che una volta c’ero io accanto a lei, stampato sulle sue labbra. Pensando che forse la amo ancora, che tutto questo è stupido, masochista e irrazionale. Alterno i pianti a quel maledetto mal di pancia. E nel frattempo immagino loro, felici, spensierati, sognanti. E fuori piove, su Milano. E una volta mi sarebbe piaciuto. Oggi no, non più. Colore, amore e dolore. Sono le tre fasi. Quando vedi un colore e lo vedi solo tu, in un mondo in bianco e nero. Ti innamori e poi soffri come un cane. Io oggi vedo tutto grigio. Persino il futuro, quello che mi era sempre sembrato bello, anche nei giorni più tristi. Domani forse verrà il sole, e Milano non sarà più grigia. Per voi.
Credevo che in quel luogo incantato non sarei mai tornato con nessun’altra ragazza. Credevo che di quella piccola baia di pescatori e poeti sarebbe rimasto solo un dolce e amaro ricordo, di un bacio di tanto tempo fa. Ma quel giorno, con te, quello stesso ricordo ha scelto il silenzio. Ti ho guardata negli occhi e te l’ho detto, che sto bene quando sono con te. I feel fine, come cantavano i Beatles. Non so cosa voglia dire, non capisco cosa significhi. Ma allo stesso tempo mi chiedo se sia giusto cercare ogni volta di capire tutto. Se una cosa è ricca di bellezza e vellutate sfumature, che senso ha avvelenarla di domande, questioni, ragione? C’era il mare, uno scoglio, io e te. Storia già vista, se si guarda alle mie spalle. Eppure diversa, nuova, brillante. Infatti il cielo ha anche deciso di piangere, per qualche minuto. Ti ricordi l’odore della pioggia? Il profumo di acqua dolce mista a quella salata, impregnata del gusto della strada. Ci siamo rifugiati dove potevamo, dove volevi tu. Abbiamo osservato i passanti e le passanti in quello spicchio di mondo che ci era concesso osservare da lì. Da destra a sinistra, da sinistra a destra. La donna sposata, il padre solo, l’illusa sconsolata, il pescatore che torna dal molo. Io parlavo, parlavo, parlavo. Tu mi guardavi, un po’ ridevi. Forse ti ho stupito, forse mi hai creduto stralunato. Io sono così, nessuno riuscirà a cambiarmi. Sono un pazzo a cui i matti danno del folle. Sono quei granelli di sabbia che inevitabilmente sfuggono dalla tua mano, quando ne afferri una manciata dalla spiaggia. Sono tutto e sono niente. Sono un vaso di fiori senz’acqua, ma sempre un vaso di fiori. Mai un vaso e basta. E volevo portarti là, dal panorama, e così ho fatto. Tutta la città era lì sotto, in una manciata di sguardi. Chissà quanti amori, quanta musica, quanti odori, quanti occhi, quante scarpe, quanti giornali, quanti gatti. Ma non ci pensavo, a dire il vero. Ci penso ora, perché noi sei qui. Altrimenti avrei la mente occupata, ma comunque ispirata e vogliosa di sforzarsi. Baciami ancora, regalami un altro sorriso. Com’era quella parola? Afrodisiaco. Metafisicamente afrodisiaca. E mentalmente stimolante.
Te l’ho detto che sono un pazzo. Tocca a te darmi del folle.
Questo è solo un racconto, senza malizia, senza volontà di inganno o seduzione. E’ il racconto di una bella giornata, vissuta ancora una volta nella città che mi strappa il cuore ogni volta e che, puntuale, mi chiama a sé senza che io possa negarle la soddisfazione del mio irrazionale amore. E riconoscenza, nonostante tutto. Tutto è iniziato per caso, come nel caso nasce e muore qualsiasi cosa. Tutto è iniziato virtualmente, senza voce, senza carne, senza odore, senza realtà. Le parole, sole, hanno costruito qualcosa, dal nulla. Così ho imparato a conoscerti, a scoprirti, ad ascoltarti. Forse tutto è nato davanti a quella fermata, o meglio, si è concretizzato in quel luogo. Perché prima eri solo aria e ipotesi. In un istante sei diventata tu. 270, un numero all’inizio, lo stesso numero alla fine. Con l’autoradio che pompava i bassi, sputava parole e voci diverse. Io guardavo diritto, un po’ attento alla strada, un po’ vinto da timido imbarazzo. Voce, carne, occhi, respiro. D’un tratto è nata una persona, vera, reale, concreta, solida. D’un tratto sei nata tu.
Non sei alto, mi hai detto, quando mi hai visto camminare. Anche quella, una prima volta. Bella per quello e per nient’altro. Dopo poco eravamo già faccia a faccia, voce a voce. E’ stato ancora più faticoso trovare qualcosa da guardare che non fossero i tuoi occhi. Ma non come prima, non per quel timido imbarazzo. Perché? Per quella tempesta di potenza che esplodi quando mi fissi, come a voler leggere dentro. Quella forza a malapena sopportabile, che il mio sguardo cercava di fugare. Avevi ragione, sai mettere a tuo agio le persone. Così ho vomitato poesia, stronzate, bellezza, dolore, passato, presente e futuro. E tu eri attenta, talvolta annuivi, mi davi ragione. Nulla di meglio, nulla di meglio poteva accadere. O forse si, quello che è successo dopo. Quando tentavo di trovare la chiave della tua bocca, sempre a parole, un poco a gesti. Quando ti ho detto di non parlare. Di non ascoltare la musica. Di baciarmi. E ogni tanto aprivo gli occhi, affamato dei tuoi sorrisi, curioso delle tue reazioni. E non volevo staccarmi, e volevo la coda.
270, alla fine.
Io voglio vivere. Ho ancora voglia di sentire il profumo della bellezza sul viso, circondare il mio corpo e convincermi a fare un altro passo. Nessuno, nessuno mai riuscirà a cambiarmi. Niente scalfirà la mia indole sognatrice, il desiderio di vivere la gioia. Provateci pure a indebolirmi, a deludermi, a farmi sentire stupido, ingenuo e coglione. Provateci. Rinascerò ogni volta, più carico prima, carico di quello spirito che mi alza la mattina e mi fa compagnia la notte. Io voglio vivere, voglio scoprire ciò che ancora non conosco, vedere quello che ancora non ho visto. Voglio guardare il mondo, voglio incontrare persone, parlare e fare l’amore con loro. Non un amore fisico, carnale. Voglio fare l’amore con la vita, con le sensazioni. E più proverete a farmi arrendere, più mi incoraggerete a non farlo. Io voglio vivere, voglio fotografare lo splendore delle cose, di tutte le cose. La vita non si ripete, non è per sempre. Per questo non voglio sprecarla, non voglio muovermi fra gli elementi e le emozioni con la paura di farmi del male. La gioia implica il dolore, questo ho imparato. E che dolore sia, se è questo il prezzo del vivere intensamente. Amo questa musica, amo questa magia solida. Amo la luce dei tuoi occhi. Sì, proprio la tua, mentre leggi queste parole o pensi a qualcos’altro. Non sei una persona, siete tutti voi. Io vivo di voi, vivo del mondo che costruite insieme a me. Mi immagino vecchio, con la pelle vissuta, i muscoli indeboliti dal tempo. Seduto sulla mia sedia a dondolo, quella sedia a dondolo che non esiste ancora. Ma esisterà, ne sono certo. Con la mia Chesterfield stretta tra le labbra, con il filtro bagnato dalla mia saliva. E in quel momento, in quel preciso istante, mi immagino pensante. I ricordi di una vita, la soddisfazione degli anni impregnati di colore, di volti, di suoni, di profumi, di sorrisi, di stupore, di passanti. Già sento lo scricchiolio di quella sedia a dondolo, quella che non esiste ancora. Poi mi fermo, penso che è ancora presto. Ma a quel giorno voglio arrivare. Quando non ci sarà più tempo per i progetti, ma solo per guardarsi alle spalle. Se penso a cosa deve ancora accadere, a quanti sogni difenderò fino alla morte, trovo l’energia di chiudere gli occhi, contento di potermi risvegliare. Io voglio vivere, voglio imparare. Voglio sfruttare le occasioni e piangere per quelle perdute. Voglio una cazzo di sedia a dondolo e un pacchetto di Chesterfield. Voglio un bicchiere di birra e una persona con cui condividerlo. Voglio innamorarmi, sì, ancora. E anche se non volessi, succederebbe comunque. Sono fatto per cedere all’impeto dei sentimenti, per essere cullato dal mare dell’incertezza. Perché non riesco a viaggiare pensando già al ritorno. La bellezza del viaggio è il viaggio stesso, non posso, non devo condizionarla con la paura che possa finire. Io voglio vivere.
Rieccomi qui, ne è passato di tempo. Sembra di ritrovare un amico del passato, uno di quelli che facciamo fatica a ricordarne il viso. Eppure sono io, che ritrovo me stesso. Un me stesso, quello che avevo lasciato più di un anno fa, sconsolato, ottimista, sognatore, disilluso, illuso e sempre ingenuo. Mi sento un po’ così, adesso. Forse un po’ più navigato, qualcosa di più dovrò pur saperne. Dopo un amore così, quello che sognano tutti. Quello che sognavo anch’io. Quello che continuo a sognare. Una di quelle storie in cui è tutto più o meno perfetto; e anche se non lo è, ce lo facciamo diventare. Si, è vero: è un po’ la storia di tutti. Le frasi sono sempre quelle, non ci lasceremo mai, voglio vivere tutta la vita con te, siamo la coppia più bella del mondo, ti amo come non ho mai amato nessuno. Frasi dette, e ridette, e ridette. Parole nell’aria, parole dal cuore. O dalla testa. E la differenza è grande, incolmabile. Perlomeno, quando aprivo bocca, io, lo facevo convinto. Capita però di essere soli, in una coppia. E capita di accorgersene solo quando si è soli del tutto. Questo ci fa rabbia, perché potevamo, perché dovevamo. Ma ognuno è quello che è e non avrebbe avuto senso cambiare. Il problema è quando cambia chi si ama. Sta di fatto che ancora una volta, vissute centinaia di nuove esperienze, conosciute decine di persone, ci ritroviamo, mi ritrovo ancora qui. Con la musica nelle orecchie, le dita sulla tastiera e quella voglia di sognare che non muore mai. Chissà come sarà la prossima, chissà se avrò la forza di dire a lei ciò che ho detto ad un’altra. Penso che siano domande comuni, quelle che mi pongo. Ma nessuno mi da una risposta, se non questa. Sapete qual è la cosa peggiore? Non aver capito fino in fondo cosa o chi abbia spento il suo amore. Che caldo che fa, in questa stanza. Dicevo, non sapere è peggio che sapere qualcosa di doloroso. E io non so. Forse non saprò mai, forse un giorno ci rincontreremo, seduti al tavolino di un bar, sotto il sole, nascosti dietro gli occhiali, imbarazzati, cambiati, trascorsi. Ti chiederò perché. Chissà cosa mi risponderai. Mi fa effetto pensare questo, pensarlo adesso. Perché meno di un mese fa eravamo abbracciati, legati, innamorati. Ed ora potresti esserlo con un altro, che non conosco, che non conoscerò mai. Sai, ho anche pensato che sono contento, se tu ora sei più serena. Davvero, non lo pensavo forzatamente. E’ stato spontaneo. E’ vero, non ti ho più, ma tu potrai essere felice con qualcun altro. Forse migliore di me, forse solo diverso. Io? E che importa, pur soffrendo come un cane mi sto abituando a questi frequenti momenti della mia esistenza. Era da un anno e un mese e qualche giorno che non scrivevo più. Da quando ti ho conosciuta. E te lo dicevo, ricordi? Io scrivo solo quando non sono felice. Non del tutto. Mi aiuta, è una sorta di pulizia interiore, di vomito di sensazioni. Che qualcuno leggerà, qualcuno no. Tu, probabilmente, mai. Ma a me sarà comunque servito, in un modo o nell’altro.
Continuiamo a sognare.
Pensavo che “amore” potesse essere la risposta di tutte le domande. Pensavo che l’amore bastasse così com’è, come si prende, come si vive. Pensavo che potesse essere fine e mezzo. Pensavo dovesse essere ragione di vita, quella vera, vita vissuta. Pensavo tutto questo e spero di poter continuare a pensarlo.