giovedì 31 maggio 2007

Provando ad essere James Joyce

Provando ad essere James Joyce
Freddo bagnato sulla pelle è l’acqua rincorrente le nostre ombre ora a terra testa nell’erba guance sporche di verde mezzelune costellate di denti abbracciano aria intorno brilla una più di tutte quella voglio incontrare male ahia dolore poi ancora male ahia dolore sciaff sciaff sciaff frush dentro le orecchie scivolose stanza bianco marmo luce quattro pupille parallele quadrato amoroso palpito forte lacrime indecise sguardo deviato da mente rivoluzionaria indipendente lontana da reale desiderio amo lo so amo comprendo amo di nuovo amo per sempre lisce beige soffici piccole mie adesso infilzato rimorso rimpianto stretta male ahia dolore

venerdì 11 maggio 2007

Sembrano così vivi gli alberi

Sembrano così vivi gli alberi, quando il vento li prende a braccetto e li fa danzare al ritmo del suo respiro. Si vedono infiniti movimenti di foglie e di intere fronde. Si vedono i frutti che a fatica si aggrappano al proprio ramo, sposo per la vita, per evitare il suolo e di marcire su di esso. Poi, con intervalli regolari, tutto si placa. Le persiane tornano immobili, le nuvole rallentano, le passanti non si preoccupano più dei loro capelli. Ed io lì nella mia stanza, muovendo solo gli occhi, pensavo a tutto questo, per dimenticare altro. Ma prima o poi i soffi del cielo riposano e il resto emerge di nuovo, senza lasciarsi aspettare, per torturarci ancora. Così le sue pupille, che a lungo avevo cercato, ora non finivano di fissarmi, non cessavano di darmi la caccia, seguendomi anche nei rifugi del sonno. Ed io cosa potevo fare, se non sporgermi dalla finestra e cercare brandelli di realtà, che fossero perlomeno un po’ più interessanti di ciò che offriva la monotonia di quelle giornate. In quel modo avrei distratto il mio cuore, per quanto fosse possibile. Cominciai dunque a scrutare l’orizzonte, occupato da una lunga collina tempestata di piccole casette bianche, che moriva nel mare con un dirupo roccioso. Cercai di concentrarmi su quel panorama, sforzando al massimo la mia vista per non perdermi alcun particolare. Eppure il cuore batteva comunque, per lo stesso motivo. Chi volevo ingannare? Quelle ore della mia esistenza profumavano solo della sua pelle. Tutto ciò che in normali circostanze mi avrebbe ispirato riflessioni e deduzioni, appariva grigio e inconsistente. Le mie braccia, quelle invisibili, avevano ormai stretto un sogno in carne ed ossa. Era evidente che qualcosa doveva accadere. Toccava a me, dunque.

giovedì 10 maggio 2007

Senza una ragione

Senza una ragione, perlomeno apparente, mi voltai senza fretta verso l’insegna di quel bar che avevo sempre visto, ma nel quale non ero mai entrato. Spostai poi i miei occhi sulla vetrina trasparente che mostrava l’interno del locale: su di essa la pioggia di quel pomeriggio di giugno disegnava lunghe lacrime, destinate a riunirsi in piccoli rigoli d’acqua che riempivano gli spazi tra una mattonella e l’altra. Furono quelli i secondi in cui, per la prima volta, l’immagine di lei cominciò a farsi spazio tra le mille altre figure che coloravano i miei pensieri. E solo quando la ragione vinse sulla mia emozione, allora cercai di nascondermi un poco fra i pini marittimi che annunciavano la prima spiaggia. Di certo non volevo farmi scoprire, rischiando così di bruciare in un lampo le infinite favole che già costruivano la mia giovane illusione. Ma non volevo nemmeno rinunciare a quella visione, tanto che cercavo di sbattere il meno possibile le palpebre, in modo da goderne il più a lungo possibile. E nemmeno dopo diversi minuti di dolce ebetismo, il mio cuore e la mia fantasia sembravano sazi. Ero talmente assorto, quasi addormentato nel tepore di quel sogno, che non mi accorsi neanche della resina che, lentamente, si stava impadronendo delle mie dita, anch’esse insensibili in quello stato di grazia.
Quanto avrei voluto essere quel bicchiere, gioco delle sue mani, baciato e svuotato dalla sua bocca. E pure il modo in cui masticava, così tranquilla e silenziosa, pareva sublime.
La gioia che mi accese gli occhi quando constatai che era sola fu un misto di idiozia ed egoismo, ma comunque dettata da quel sentimento che negli istanti precedenti aveva trovato l’occasione per nascere, senza pigrizia.
Lei non aveva nessuno, quindi poteva avere qualcuno. Fu questo il pensiero che mi solleticò in quell’istante.

lunedì 7 maggio 2007

Racconto d'estate

Era estate. La notte cominciava a far suo l’orizzonte, la luce cercava affannosamente riparo dietro al promontorio più vicino. Davanti a me, il molo sembrava un lungo trampolino sull’abisso. Distinguere il mare dal cielo era impossibile, perfino le stelle trovavano le proprie gemelle sulla piatta pellicola dell’acqua.
Era perfetto, non c'era nessuno. Certe sere, come quella, vivere il mondo da solo è il mio unico pensiero. Credo che sia necessario, ogni tanto, cercare di fermare il tempo, quando diventa troppo frenetico, e fare un profondo respiro. In quel momento non desideravo altro. La luce del lampione si faceva sempre più intensa, insieme allo scrosciare della schiuma sugli scogli, man mano che procedevo sulla banchina. Per terra era sparpagliata una moltitudine di ami e frammenti di lenza abbandonati lì da qualche pescatore distratto, o troppo pigro. Il chiarore di quel piccolo faro illuminava un enorme masso, per metà immerso, rifugio degli abitanti del mare e ricoperto da una prateria di alghe fluttuanti. Scelsi quello e decisi che mi sarei seduto lì. Davanti a me, inizialmente, un buio vuoto rumoreggiante. Riuscivo però a distinguere le dolci pieghe che solcavano la nera acqua, scavate dall’immenso ed invisibile aratro del vento.
Avessi avuto una barca tutta mia, di certo quella sera non me ne sarei stato lì, quando tutto, intorno, si muoveva, ed io solo restavo immobile. Come lo scoglio sul quale sedevo, impotente vittima della furia oceanica, così ero io, emerso giusto per qualche secondo, per conquistarmi quel profondo respiro.
E allora sognavo una barca, sognavo una traversata. Sognavo il sole sulla faccia, il completo abbraccio del mare. Sognavo anche lei.
Avrei dato tutto per dormire con la sua testa sul mio petto, cullati per tutto il viaggio della luna dalle onde danzanti. In quel sogno, lei si sarebbe poi svegliata, e mi avrebbe guardato, ingannata dal mio sonno parvente, senza accorgersi che io stesso la stavo contemplando, come fa il pittore soddisfatto con la sua opera, dopo l’ultima pennellata. Lei poi avrebbe chiuso il sipario delle sue palpebre, ma io avrei continuato ad assistere a quello spettacolo. Avrei fatto incontrare il soffio del mio respiro con le sue lucide labbra, avrei sposato le mie coi suoi occhi. Avrei sfiorato i suoi capelli, l’avrei stretta al petto e avrei partecipato anch’io, al suo sonno.
Mentre mi lasciavo vincere da quelle illusioni, guardai in basso, incuriosito da come il fondale sabbioso tenacemente tentava di baciarsi con la superficie dell’acqua, ogni volta che un’onda si ritirava, e la profondità diminuiva. Ed ogni volta pareva riuscirci, ma puntualmente un nuovo flutto negava il realizzarsi di quel semplice desiderio.

venerdì 4 maggio 2007

Come dimenticare una persona

Ci chiediamo come dimenticare una persona.
Ci chiediamo come riuscire a pensare a qualcun altro, o perfino a qualcos’altro.
Raramente, però, ci chiediamo se quella persona vogliamo dimenticarla sinceramente. Quasi mai ci poniamo questo dubbio, che di certo meriterebbe d’esser accompagnato da una non banale risposta. Perché è più facile porsi domande che sappiamo già non avere risposta, piuttosto che porsi quelle la cui risposta ci fa paura.
Ci tormentiamo, ci cantiamo vittime di un destino che brama solo le nostre lacrime. Siamo infatti abituati a cercare le soluzioni all’esterno, piuttosto che affacciarci al nostro interno. E’ ovviamente più semplice agire in questo modo. La verità è che siamo pigri e amiamo l’inerzia. Se non ci scuote qualcuno, non pensiamo a scuoterci da noi. E così continuiamo a piangere, a girare intorno allo stesso albero, senza rischiare un’alternativa.
Insomma, la memoria è nostra. In quanto tale dovrebbe esser possibile governarla. Ma ammettiamo pure che è più facile sentirsi dominati, che dominare. Essere succubi di qualcuno, meglio di qualcosa, alla fine ci fa anche comodo. La colpa non sarà mai nostra, e alla fine avremo sempre fatto ciò che eravamo costretti a fare.
Eppure continuiamo a chiederci come dimenticare una persona.

mercoledì 2 maggio 2007

Questo sono arrivato a sognare

Ricordando quel primo mattino, quelle prime foglie d’edera riflesse nei miei iridi, mai cancellate dallo specchio della mia consapevolezza, mi ricredo sulla necessità di quell’incontro, sulla magnificenza di quell’unico istante. Che mai fosse stata scritta la cronaca di quel breve lasso, questo sono arrivato a sognare. Perché alla duplice stretta preferisco la quiete, l’ignoranza del passato. Questo sono arrivato a sognare.
E nelle notti insonni, il mai svanito fantasma torna a farsi ascoltare, riempiendo le mie tempie di timore, dubbio e rimorso. E nella mia impotenza, ciò che posso unicamente fare è alzarmi, sedermi e sfogare le parole dei sentimenti. Perché la morsa, quanto più sembra allentarsi, tanto più preannuncia l’ulteriore stretta. E allora mi chiedo se possa ancor esser utile l’affidarsi al tempo, piuttosto che agire una volta, per tutte le altre.

martedì 1 maggio 2007

Da un finestrino

Piccoli mondi sospesi nella paradisiaca concentrazione di vita, fiorita dall’armonia di uomini e natura, che qui ha trovato i suoi colori migliori, i giusti toni per abbagliare le stanche menti dei pensosi viaggiatori. Tutto vive di sole, mentre la torre del castello più alto intinge la sua corona nell’oceano alato, placidamente solcato da leggere barche di vapore, pittoresche allusioni all’inesorabilità del tempo.