lunedì 23 luglio 2007

Ode on a grecian trip

Passante numero Uno
Quante possibilità esistevano (lo chiedo a Te pur non conoscendoti) di rincontrare quel paio d’occhi di Passante? Eppure sono stati due i giorni che hanno osservato l’incrociare dei nostri sguardi. Quel primo mattino di partenza non eri invisibile come tutti gli altri, ma luminosa e ingenuamente bella. Solo mia è stata la fortuna di notarti, solo mia la condanna a non dimenticarti. Il sedile accanto al grande oblò circolare, prima tuo, dopo che hai lasciato la nave è diventato mio. E mio il tuo profumo, solo mio il tuo ricordo e quell’illusoria ebbrezza che seminate Voi Passanti nelle tempie di noi giovani viaggiatori. Quando le tue pupille non erano per me, percepivi le mie fisse su di te. Le sentivi a tal punto sfiorarti le guance, i capelli e le labbra che non potevi non voltare lo sguardo e confermare quella che, in quel momento, era già una certezza: la mia attenzione per te. La mattina dopo sei svanita girandoti un’ultima volta, rispondendo coi tuoi ai miei occhi. La magia del Caso ha fatto il resto, ha deciso che al termine dei nostri viaggi divisi ci saremmo rincontrati su un’altra nave, che per noi era sempre la stessa; ha scatenato un nuovo e ancora dolce gioco di sguardi, ha resuscitato quell’Amore Passante che in realtà non era mai morto. Fino a quell’ultimo istante: io sulle scale pronto allo sbarco, tu poco distante in attesa. Ancora un gradino e poi non ti vedrò mai più, piccola e stupenda passante. Ancora un passo, e un muro di cemento, uno di tempo e uno di memoria ci avranno diviso per sempre. Voltati per l’ennesima ma ultima volta. Regala a questo mio innocente cuore la gioia di possedere nuovamente le tue pupille. E lei si è voltata. Mi ha guardato negli occhi e ancora oltre. Le fiamme che mi ardevano nel petto non hanno disciolto il mio corpo ghiacciato e non sono riuscito ad offrirti il mio umile sorriso. Quale orrendo rimorso è questo, quale sorella agonia che ancora mi accompagna.
In un battito di ciglio mi sono innamorato di te, ti ho amata e ti ho detto addio.

giovedì 5 luglio 2007

L'amore è unica infinità e vera cagion d'essere

Il più delle volte, quando ciondolo sulla nostra natura di uomini e provo a definirla, è inevitabile che vi trovi un che di ridicolo e poco chiaro. La maggior parte di noi si affanna alla ricerca del vero. Chi trova il vero trova anche la sua bruttezza. Il vero è brutto, scriveva Leopardi. E non può che apparire tale alla vena romantica che pulsa nelle tempie di ciascuno di noi. Non può che essere brutto giungere alla consapevolezza che l’unico senso non è che relativo, che la terra non ha motivo di girare né il nostro cuore di battere, che io e te potremmo essere lui e lei, e a pochi farebbe differenza. Comprendiamo che la casualità è l’unica legge e che il nulla è motivo di nascita e culmine di morte. Classifichiamo questo come verità, perché non vi è nulla di più verosimile e semplice. E la verità non può che essere verosimile e semplice.
Ma è a tal punto del suo ragionamento che l’uomo si mostra ridicolo: ha trovato il vero, che è brutto, ed ora ricerca il falso, che è più bello. Scappare dalla dimora del vero e percorrere il sentiero di ciò che non lo è, è tutt’altro che una soluzione. Costruire un edificio che nasconda l’infinita prateria della verità non può essere appagante. Al contrario dell’arte, forse unica vera soluzione; facendola propria, l’artista esprime con la bellezza dell’immagine la bruttezza della realtà. E non è un nascondere, perché si mantiene la consapevolezza, pur conciliandola al bello. Per questo scrivo. Piangersi addosso non cambia le carte che si è scoperto di avere tra le mani. Tanto vale vestirsi da alchimisti e trasformare il carbone in oro, cosicché si colori il triste sapere. E pur gran gioco sarà dei sentimenti, che fanno parte del vero e che sono il combustibile della nostra esistenza. Pertanto, io che credo nel nulla del tutto, nell’egocentrismo di ogni mente, nella finitezza di ogni azione e nella casualità di ogni evento, mi sento cantore del sentimento più alto, l’amore, e indissolubile sostenitore della sua supremazia e della sua vitale necessità: se in questa vita finita non esiste un fine ultimo ed ulteriore, lo scopo d’ognuno sarà d’amare il più possibile e colorare di questa purpurea passione le ore dei nostri inutili giorni. L’amore per ogni finitezza, che sia cosa, persona, immagine o idea, è somma ed unica infinità e vera cagion d’essere.

IL FINALE DELLA TESINA

L’uomo moderno è l’uomo che conquista la sua indipendenza da un falso Dio sovrannaturale, una volta conquistata la consapevolezza di essere creatore e non creatura. E’ l’uomo che considera il passato e il suo contorno di prinicipi, valori, tradizioni e ideali come materia superata o da superare. E’ l’uomo che guarda al futuro senza certezze con curiosità e desiderio di conoscenza. E’ l’uomo che prova un’ovvia paura per l’ignoto, il rischioso e l’incerto, ma è anche l’uomo che supera questa paura spinto dalla sua volontà. E’ l’uomo che prima di giudicare ciò che è bene e ciò che è male vuole sperimentare sia gioie che dolori, sia successi che insuccessi. E’ l’uomo che spinge per un incessante progresso della scienza e della tecnica, e più in generale della propria conoscenza, per ottenere una maggiore consapevolezza di sé, della propria vita e del proprio mondo, libero da ogni limite etico o religioso. E’ l’uomo faustiano.

mercoledì 4 luglio 2007

Le atrocità di Vlad Tepes (seconda parte)

Invitò a palazzo tutti i poveri del suo regno e dopo averli soccorsi appiccò il fuoco al palazzo dove li aveva riuniti.
Morirono così più di duecento persone.
...
Fece arrostire alcuni bambini e obbligò le loro madri a mangiarli.
Poi tagliò alle sventurate i seni e dopo aver costretto i loro mariti a cibarsene li impalò.
Manoscritto n. 806, Monastero di San Gallo, XV secolo

Le atrocità di Vlad Tepes (da cui è nata la leggenda di Dracula)

Il suo strumento di tortura preferito era l'impalamento.
Adottò questo metodo dai turchi, adattandolo alle sue più specifiche richieste: creò metodi diversi per impalare i ladri, i guerrieri nemici, gli ambasciatori del Sultano, i traditori.

  • I ricchi venivano impalati stendendoli più in alto di degli altri, o facendo ricoprire l'asta d'argento.
  • Per i mercanti fece incidere delle tacche sull'asta, il cui ruolo sarebbe dovuto essere quello di aumentare il tempo dell'agonia.
  • Una registrazione dell'epoca, narra che durante un pasto dopo la battaglia, Dracula ricevette la visita di un cronista dal Vaticano. L'uomo si rivolse al Principe dicendo : "Come fate a mangiare qui, mio Signore? L'odore è insopportabile". Dracula ordinò ad una guardia di impalare quell'uomo al di sopra degli altri, di modo che non avrebbe sentito l'odore dei moribondi sotto di lui.
  • Nella città di Sibiu, nel 1460 Dracula fece impalare 10.000 persone, e cosparse alcuni corpi con miele per attirare ogni tipo di insetto.
  • Nel 1459, durante il giorno di San Bartolomeo, a Braşov, Dracula fece invitare a palazzo alcuni mercanti che avevano mostrato odio e disprezzo nei confronti della sua persona. Decise di farli saziare di cibo e, quindi, fece sventrare il primo e obbligò il secondo a mangiare ciò che il collega, ormai senza vita, aveva nello stomaco. L'ultimo mercante venne fatto bollire e la sua carne fu data in pasto ai cani.
  • Nel 1461 un ambasciatore del Sultano turco arrivò nel palazzo, si prostrò ai piedi di Vlad III, ma non si volle togliere il turbante perché rappresentava il simbolo della propria religione. Dracula, irritato da quel gesto, ordinò di inchiodare il turbante alla testa dell'ambasciatore.

martedì 3 luglio 2007

Isola

“Nessun uomo è un'isola” diceva John Donne.
“Nessun uomo è un'isola”, ma aggiungo: ognuno ne ha una.

Nella mia isola si mescolano luoghi onirici e realtà contingenti.
Nella mia isola posso incontrare un ragazzo in smoking che cammina sotto la pioggia e scorre la mano destra su un freddo e lungo tubo di ferro (incline alla ruggine) che delimita i bordi di un ponticello. Nella mia isola posso anche sfogliare i pensieri di quel ragazzo e vedere le stesse cose che vede lui: un letto dalle lenzuola disfatte e il profumo di Lei ancora vivo ed intenso, quasi piangente. Nella mia isola mi basta voltare lo sguardo per ritrovarmi ai margini di un bosco, dove di estende un'immensa frana. Nella mia isola, ai margini di quel bosco, ho in mano due fossili colorati a forma di fiore e di pesce. Nella mia isola la luce del sole ne trapassa la materia ed io sorrido soddisfatto. Nella mia isola Piccadilly Circus è circondata da foreste di abeti che scaldano le loro radici sotto il muschio e si dissetano con piccoli ruscelli. Nella mia isola una melodia può resuscitare i tempi morti e scatenare sincere emozioni. Nella mia isola c’è una stanza le cui pareti sono ricoperte da ritratti, offuscati o chiarissimi, che in un modo o nell’altro emanano decisive influenze a scapito della mia volontà. Nella mia isola se taluni uomini fanno talune cose posso ritenermi soddisfatto, compiaciuto e terribilmente triste. Nella mia isola non abitano salde convinzioni, ma oneste disillusioni. Nella mia isola si può entrare ed uscire con difficoltà o meno, eccetto per me. Nella mia isola io sono prigioniero e consapevole fruitore. Nella mia isola non c’è nulla che manifesti un significato apparente. Nella mia isola la ragione fa fatica a sbocciare, a scapito delle buone scelte. Nella mia isola quando i sentimenti hanno ragione, si fa viva la paura. Nella mia isola io abito e sogno. Nessun uomo è un’isola, basterebbe la stanza dei ritratti per debellare i dubbi; basterebbero le preghiere in ginocchio di fronte a quei ritratti, preghiere a nessun dio, per confermare l’affermazione. Ma aggiungo: ognuno possiede una propria isola e da essa è posseduto.