martedì 19 maggio 2009

Lettera

Ciao…
Questa è una lettera per te, una lettera che non leggerai mai. Ma io la scriverò lo stesso, perché serve anche a me. Forse lentamente mi sta passando, il dolore per averti perduta. Alcuni mi dicono “dimenticala”. Io non ti sto dimenticando, comunque sia. Non voglio farlo. Ma è giusto che tu viva la tua vita, come ritieni che sia meglio. E non è giusto che io mi intrometta ora, perché sei innamorata e lui sarà il tuo unico pensiero, deve esserlo. Ho passato giorni difficili, i più difficili finora. Però io l’ho vissuta del tutto, la nostra storia. Dal primo a quell’ultimo giorno. Non posso avere rimorsi e nemmeno rimpianti, perché sono sicuro di averti amata. Per quello che sei. E questo è ciò che conta, in fondo. E’ questo che fa si che non si tratti di tempo perso, che ne sia valsa la pena. Mi piace pensare ad un giorno, fra molti giorni, in cui ti potrò rincontrare. Vedo me e te seduti al tavolino di un bar o che passeggiamo sul lungomare. Cresciuti, cambiati e un pochino diversi. A raccontarci cosa è stato, cosa speriamo che sia. Sereni, senza rancori e senza rabbia. Senza illusioni. Felici ognuno per sé, contenti di come sia andata, alla fine.
Sto meglio adesso, almeno mi pare che sia così. Ho tanti amici, sai? Tanti veri amici, quelli che ti prendono per mano quando hai perso quella che tenevi più stretta. E che non volevi mollare. C’è Carlo, c’è sempre. L’ho conosciuto sulle scale, il mio amico più vicino. L’ho conosciuto grazie a Genova, la costante di tutta la mia vita. E vorrà pure dire qualcosa, credo. Sono molte e sempre di più le nostre chiacchierate, stupide o intense. Mi fanno star bene, mi fa star bene pensarci. C’è Silvia, te ne avevo parlato ricordi? Lei ha sempre avuto un posticino speciale, nella mia testa e nel mio cuore. Anche lei c’è sempre stata, anche quando era dall’altra parte dell’Oceano. E io uscivo di casa, compravo la tessera internazionale solo per sentire come andava, per sentire la sua voce. Anche lei mi ha preso per mano, ora che ne ho più bisogno. C’è Fiore, che forse non crede di esserci così tanto, per me. Era anche ora di farglielo sapere, non credi? Molti mi hanno detto parole diverse per aiutarmi a guarire la mia ferita. Credo che lui sia stato uno dei più sinceri. E questo può essere solo un merito, in ogni caso. C’è Uip, la più lontana e una delle più vicine. Forse anche lei, dal paesino sperduto in cui respira il tempo, mi sta tendendo la mano. E io la prendo volentieri. Perché lei mi conosce bene, pur non avendomi mai conosciuto. Perché lei và e viene, ma comunque resta. C’è Max, che probabilmente mi prenderà per il culo dopo aver letto queste parole, ma questo è parte di lui. E’ solare e ridiamo per ogni cosa. E ora penserà che sono gay. Diciamo che è il mio compagno di evasioni. C'è Andre, che ha vissuto i miei stessi momenti, con la stessa intensità. Lo stesso dolore lancinante. Mi ricordo ancora il suo messaggio del 23 dicembre 2005. Quando in testa avevo il mio primo paio di corna. Ricordo un momento a Berlino, sotto l'ostello. A fumare. Anche lui c'è sempre stato.
Sono tutti amici veri, quelli che è difficile trovare e ancora più difficile perdere. E ce ne sono altri, tanti altri. Ma è quasi l’una e io mi sono sfogato abbastanza, se questo può essere considerato uno sfogo.
Aspetto quel giorno, mi raccomando. Non ti dimenticherò mai, non voglio farlo.

venerdì 15 maggio 2009

Colore amore dolore

Oggi Milano è grigia per tutti. Perché piove, perché il cielo ha perso colore e il traffico distrugge la pazienza. Oggi Milano è grigia per me. E lo sarebbe comunque, anche se in cielo splendesse il sole. Ho amato una ragazza con tutto il mio cuore, con tutto il rischio possibile, agendo sempre d’istinto e passione. Poi tutto è andato nel peggior modo immaginabile, perché sfido io a trovare una fine più triste di questa. Sono stato lasciato, all’improvviso. Il famoso e stradetto fulmine a ciel sereno. L’ho persa, in un secondo, in una manciata di parole, in un fiume di lacrime. Sono passati due mesi. Lei ha un altro, lo chiama “amore”, come chiamava me, come mi ha chiamato per più di un anno. Gli dice “ti amo”, come diceva a me, sempre, senza mai saltare un giorno. Camminano abbracciati, nelle foto. Si baciano. Hanno una loro canzone, i loro luoghi, i loro soprannomi, i loro segreti, le loro intimità, i loro progetti, le loro consuetudini. Hanno il pacchetto completo. E io sto qui, a piangere osservandoli da lontano, pensando che una volta c’ero io accanto a lei, stampato sulle sue labbra. Pensando che forse la amo ancora, che tutto questo è stupido, masochista e irrazionale. Alterno i pianti a quel maledetto mal di pancia. E nel frattempo immagino loro, felici, spensierati, sognanti. E fuori piove, su Milano. E una volta mi sarebbe piaciuto. Oggi no, non più. Colore, amore e dolore. Sono le tre fasi. Quando vedi un colore e lo vedi solo tu, in un mondo in bianco e nero. Ti innamori e poi soffri come un cane. Io oggi vedo tutto grigio. Persino il futuro, quello che mi era sempre sembrato bello, anche nei giorni più tristi. Domani forse verrà il sole, e Milano non sarà più grigia. Per voi.

lunedì 11 maggio 2009

Tocca a te

Credevo che in quel luogo incantato non sarei mai tornato con nessun’altra ragazza. Credevo che di quella piccola baia di pescatori e poeti sarebbe rimasto solo un dolce e amaro ricordo, di un bacio di tanto tempo fa. Ma quel giorno, con te, quello stesso ricordo ha scelto il silenzio. Ti ho guardata negli occhi e te l’ho detto, che sto bene quando sono con te. I feel fine, come cantavano i Beatles. Non so cosa voglia dire, non capisco cosa significhi. Ma allo stesso tempo mi chiedo se sia giusto cercare ogni volta di capire tutto. Se una cosa è ricca di bellezza e vellutate sfumature, che senso ha avvelenarla di domande, questioni, ragione? C’era il mare, uno scoglio, io e te. Storia già vista, se si guarda alle mie spalle. Eppure diversa, nuova, brillante. Infatti il cielo ha anche deciso di piangere, per qualche minuto. Ti ricordi l’odore della pioggia? Il profumo di acqua dolce mista a quella salata, impregnata del gusto della strada. Ci siamo rifugiati dove potevamo, dove volevi tu. Abbiamo osservato i passanti e le passanti in quello spicchio di mondo che ci era concesso osservare da lì. Da destra a sinistra, da sinistra a destra. La donna sposata, il padre solo, l’illusa sconsolata, il pescatore che torna dal molo. Io parlavo, parlavo, parlavo. Tu mi guardavi, un po’ ridevi. Forse ti ho stupito, forse mi hai creduto stralunato. Io sono così, nessuno riuscirà a cambiarmi. Sono un pazzo a cui i matti danno del folle. Sono quei granelli di sabbia che inevitabilmente sfuggono dalla tua mano, quando ne afferri una manciata dalla spiaggia. Sono tutto e sono niente. Sono un vaso di fiori senz’acqua, ma sempre un vaso di fiori. Mai un vaso e basta. E volevo portarti là, dal panorama, e così ho fatto. Tutta la città era lì sotto, in una manciata di sguardi. Chissà quanti amori, quanta musica, quanti odori, quanti occhi, quante scarpe, quanti giornali, quanti gatti. Ma non ci pensavo, a dire il vero. Ci penso ora, perché noi sei qui. Altrimenti avrei la mente occupata, ma comunque ispirata e vogliosa di sforzarsi. Baciami ancora, regalami un altro sorriso. Com’era quella parola? Afrodisiaco. Metafisicamente afrodisiaca. E mentalmente stimolante.
Te l’ho detto che sono un pazzo. Tocca a te darmi del folle.