Questo è solo un racconto, senza malizia, senza volontà di inganno o seduzione. E’ il racconto di una bella giornata, vissuta ancora una volta nella città che mi strappa il cuore ogni volta e che, puntuale, mi chiama a sé senza che io possa negarle la soddisfazione del mio irrazionale amore. E riconoscenza, nonostante tutto. Tutto è iniziato per caso, come nel caso nasce e muore qualsiasi cosa. Tutto è iniziato virtualmente, senza voce, senza carne, senza odore, senza realtà. Le parole, sole, hanno costruito qualcosa, dal nulla. Così ho imparato a conoscerti, a scoprirti, ad ascoltarti. Forse tutto è nato davanti a quella fermata, o meglio, si è concretizzato in quel luogo. Perché prima eri solo aria e ipotesi. In un istante sei diventata tu. 270, un numero all’inizio, lo stesso numero alla fine. Con l’autoradio che pompava i bassi, sputava parole e voci diverse. Io guardavo diritto, un po’ attento alla strada, un po’ vinto da timido imbarazzo. Voce, carne, occhi, respiro. D’un tratto è nata una persona, vera, reale, concreta, solida. D’un tratto sei nata tu.
Non sei alto, mi hai detto, quando mi hai visto camminare. Anche quella, una prima volta. Bella per quello e per nient’altro. Dopo poco eravamo già faccia a faccia, voce a voce. E’ stato ancora più faticoso trovare qualcosa da guardare che non fossero i tuoi occhi. Ma non come prima, non per quel timido imbarazzo. Perché? Per quella tempesta di potenza che esplodi quando mi fissi, come a voler leggere dentro. Quella forza a malapena sopportabile, che il mio sguardo cercava di fugare. Avevi ragione, sai mettere a tuo agio le persone. Così ho vomitato poesia, stronzate, bellezza, dolore, passato, presente e futuro. E tu eri attenta, talvolta annuivi, mi davi ragione. Nulla di meglio, nulla di meglio poteva accadere. O forse si, quello che è successo dopo. Quando tentavo di trovare la chiave della tua bocca, sempre a parole, un poco a gesti. Quando ti ho detto di non parlare. Di non ascoltare la musica. Di baciarmi. E ogni tanto aprivo gli occhi, affamato dei tuoi sorrisi, curioso delle tue reazioni. E non volevo staccarmi, e volevo la coda.
270, alla fine.
Io voglio vivere. Ho ancora voglia di sentire il profumo della bellezza sul viso, circondare il mio corpo e convincermi a fare un altro passo. Nessuno, nessuno mai riuscirà a cambiarmi. Niente scalfirà la mia indole sognatrice, il desiderio di vivere la gioia. Provateci pure a indebolirmi, a deludermi, a farmi sentire stupido, ingenuo e coglione. Provateci. Rinascerò ogni volta, più carico prima, carico di quello spirito che mi alza la mattina e mi fa compagnia la notte. Io voglio vivere, voglio scoprire ciò che ancora non conosco, vedere quello che ancora non ho visto. Voglio guardare il mondo, voglio incontrare persone, parlare e fare l’amore con loro. Non un amore fisico, carnale. Voglio fare l’amore con la vita, con le sensazioni. E più proverete a farmi arrendere, più mi incoraggerete a non farlo. Io voglio vivere, voglio fotografare lo splendore delle cose, di tutte le cose. La vita non si ripete, non è per sempre. Per questo non voglio sprecarla, non voglio muovermi fra gli elementi e le emozioni con la paura di farmi del male. La gioia implica il dolore, questo ho imparato. E che dolore sia, se è questo il prezzo del vivere intensamente. Amo questa musica, amo questa magia solida. Amo la luce dei tuoi occhi. Sì, proprio la tua, mentre leggi queste parole o pensi a qualcos’altro. Non sei una persona, siete tutti voi. Io vivo di voi, vivo del mondo che costruite insieme a me. Mi immagino vecchio, con la pelle vissuta, i muscoli indeboliti dal tempo. Seduto sulla mia sedia a dondolo, quella sedia a dondolo che non esiste ancora. Ma esisterà, ne sono certo. Con la mia Chesterfield stretta tra le labbra, con il filtro bagnato dalla mia saliva. E in quel momento, in quel preciso istante, mi immagino pensante. I ricordi di una vita, la soddisfazione degli anni impregnati di colore, di volti, di suoni, di profumi, di sorrisi, di stupore, di passanti. Già sento lo scricchiolio di quella sedia a dondolo, quella che non esiste ancora. Poi mi fermo, penso che è ancora presto. Ma a quel giorno voglio arrivare. Quando non ci sarà più tempo per i progetti, ma solo per guardarsi alle spalle. Se penso a cosa deve ancora accadere, a quanti sogni difenderò fino alla morte, trovo l’energia di chiudere gli occhi, contento di potermi risvegliare. Io voglio vivere, voglio imparare. Voglio sfruttare le occasioni e piangere per quelle perdute. Voglio una cazzo di sedia a dondolo e un pacchetto di Chesterfield. Voglio un bicchiere di birra e una persona con cui condividerlo. Voglio innamorarmi, sì, ancora. E anche se non volessi, succederebbe comunque. Sono fatto per cedere all’impeto dei sentimenti, per essere cullato dal mare dell’incertezza. Perché non riesco a viaggiare pensando già al ritorno. La bellezza del viaggio è il viaggio stesso, non posso, non devo condizionarla con la paura che possa finire. Io voglio vivere.