venerdì 19 settembre 2008

Sogno

Avrei sognato per sempre, ogni giorno ed ogni notte. Non avevo nulla da perdere, se non qualche ora di questa miserabile vita.
Era uno di quei giorni in cui la vita non sembra altro che una gabbia, uno spazio confinato dal quale è impossibile fuggire. In fondo si tratta solo di qualche anno, una parte infinitesimale della cometa del tempo. Ogni vita ha un limite, un luogo oltre il quale non è concesso guardare. Pensai che bisognava trovare una soluzione a questa costrizione naturale. L'unica via perseguibile sembrò quella del sogno perpetuo: avrei regalato ogni istante del mio futuro alla mia fantasia, alla potenza dei miei sogni. E siccome per sognare davvero è necessario dormire, avrei dormito fino alla fine. Pertanto rimasi sveglio il più a lungo possibile, in modo da essere stanco e debole abbastanza da entrare nel sonno più profondo che si possa immaginare. Così feci e così mi addormentai.
Non fu difficile alla mia mente di elaborare fin da subito ciò che era oggetto dei miei desideri, trasformando e mescolando il tutto, producendo il primo di una serie infinita di sogni irrealizzabili, perlomeno nella vita alla luce del sole reale.
L'amore mi ha sempre appassionato, fin da quando non ne conoscevo quasi nulla, se non quello che mi era rimasto delle miliardi di voci, più o meno autentiche, che da sempre carpivo in giro per i miei giorni. Pertanto non fu altro che una nebbia iniziale, una città addormentata. Il buio che abbracciava ogni forma di cemento o asfalto. Il viale più largo e lungo del mondo, cucito da un'interminabile fila di lampioni francesi. Romantici, decadenti e ispiranti, perciò francesi. Nel mezzo di quel viale la mia figura, così come ci si vede nei sogni: leggeri, confusi e senza colore. Mancava qualcosa, la pioggia. Ed ecco subito il suo scrosciare, la fragrante melodia di una immensa orchestra di goccie d'acqua. Ero bagnato sulla testa, nei vestiti, negli occhi. Un maestoso temporale, perchè no. Squarci di luce illuminavano gli angoli più tetri delle vie annesse. Ombre terrificanti vivevano per un istante. L'oscurità più forte, infine, le inghiottiva. Poi d'un tratto l'aria diventò muta, i colori cessarono tranne che su di lei: la ragazza, ragione e frutto dei miei amori più caldi, era di fronte a me. Vicina alle mie dita, lontana da tutto il resto. Non aveva nulla a che fare con quel mostruoso palcoscenico partorito dalla mia fantasia sognante e presuntuosa. Un albero illuminato nel mezzo dell'oceano, un fuoco ardente sulla crosta di un ghiacciaio. I sogni rispecchiano le esperienze della vita coglibile al tatto, ma lo stato di fantasiosa incoscienza ne spreme la magia. Così quella appariva la visione perfetta, lei era l'unica. Un interminabile bacio sotto al tetto di pioggia, nel cuore della tempesta. La presenza fisica di quell'anima stupenda, carpita dalle mie frementi braccia. Gli occhi si chiusero, il piacere di quel momento trasportò la mia immaginazione verso l'incredibile distesa del mare. Non ero nè sotto nè sopra il pelo dell'acqua. Non ero in mare, sopra il mare o sotto il mare. Ero per il mare. Ed era ancora territorio della notte: solamente alcuni timidi abbozzi di stella tentavano di violarne la proprietà, l'incontestabile supremazia. Invano. Il clima era mite, una non troppo calda brezza faceva suo lo spazio tra il mio corpo e i miei abiti. La solitudine più completa, la solitudine perfetta. L'orrore per l'inestimabile profondità che si stagliava tra me e il letto dell'oceano resero i contorni di quel sogno del tutto simili a quelli di un incubo. Vuoto e oscurità sotto i miei piedi. Oscurità e vuoto sopra la mia testa. Un orizzonte invisibile davanti ai miei occhi. Determinato mistero alle mie spalle. Per quanto valgano i sensi nell'elaborazioni della fantasia, fu inevitabile provare smarrimento. Cercai allora uno di quei flebili astri, uniche imperfezioni perfette nel buio del tutto. Uno mi colpì più di tutti. E più ne fissavo il bagliore, più esso si faceva intenso e alla mia portata. Fu dunque una stella a salvarmi. Ma a salvarmi da cosa non potevo ancora comprenderlo, trattandosi puramente di un sogno. La luce mi portò in una stanza conosciuta, anche se osservata per la prima volta dai miei occhi. Legno e pietre ne costituivano pareti, soffitto e pavimento. Due finestre, entrambe sul nulla. Io, ammorbidito sul divano, fissavo lo schermo, in mutande. Non ero triste nè nostalgico. Tutt'altro: mi sentivo bene, libero, finalmente realizzato. Ero solo in quella stanza, ma qualcuno o qualcosa occupava i miei pensieri e li rendeva lucenti. Probabilmente una persona, certamente una ragazza. Un amore. L'amore. E non l'amore che si rincorre ma non si raggiunge. Non un amore cupo nè vago. Ma un amore presente, definito. Un amore in atto. L'amore in atto. Ti amo, pensavo. Mi ami, era il pensiero seguente. E nel frattempo ero in mutande, davanti a quel maledetto e fantastico schermo in movimento. Ma mi alzai da quel divano, calpestai quel pavimento, seguii quelle pareti. I miei piedi, nudi, percepivano ogni piccola sporgenza delle tavole di castagno atte a sorreggermi. Salii quelle scale in legno, entrai in quella stanza, piena di un letto e di un armadio. Scostai la coperta ed il lenzuolo. Mi stesi sul materasso e regalai alla mia nuca il sollievo del cuscino. Ritrassi la coperta sul mio corpo quasi nudo. Chiusi gli occhi e con il sorriso più sincero del mondo, infine, mi addormentai.
Avrei sognato per tutta la notte. In fondo non avevo nulla da perdere, se non qualche ora di questa vita meravigliosa.