giovedì 29 novembre 2012

Tutte le donne della mia vita

In principio fu B. Ma B ha trovato un luogo tra queste parole soltanto per il povero merito di essere stata la prima. E non c'è altro da aggiungere, credetemi.
V l'ho conosciuta da seduto. Lei era in piedi. Era la Grecia, era un'isola travolgente e sperduta. Una delle poche dove una lingua di sabbia diventa penisola, baciata su entrambe le guance dallo stesso mare. V è diventata bella nel ricordo. Il ricordo di un mosaico di stelle, firmato dalla luna. Con quei ciuffi di erba di mare che dondolavano osservando i nostri corpi nudi e impacciati. V è l'essere stati ancora più ingenui, ancora più lontani da un equilibrio che di utopico ha pure i contorni. 
m aveva il mare negli occhi e la sabbia sulla pelle. Li portava con sè con disinvoltura, ma solo perché non poteva vederli. m è stata il primo amare concesso. m erano i primi baci nascosti e velati. m è stata la prima illusione del mio cuore. m mi ha abbandonato al telefono, poi solo lacrime, vetri infranti e carta fotografica al suolo. m è stata anche un recente desiderio proibito. Ma quale proibito! È stata un desiderio. Mai appagato.
Dopo m, è entrata M. La M maiuscola. L'amore che poteva valere una vita, e che invece è valsa solo pochi anni. M accompagnava i sorrisi con due fossette, due virgolette che sottolineavano la parola "bocca". La sua bocca colpita dai miei baci. Come il primo, distesi abbracciati vicini scoperti su quel divano. M è l'unica che ha ancora fame delle mie lacrime, in certe notti, come questa. M è un campo di grano che fugge dall'ultimo sole. M è la Grecia. M è la scoperta del sesso. M è la più grande delusione. 
Poi un'altra V. Una V a cui ancora regalo sorrisi. Perché delusione non è stata. Giovane illusione, canzoni, profumo di muschio. 
Infine D. Di lei ho già parlato l'ultima volta. E ultima volta sarà.

domenica 28 ottobre 2012

R

Tu non lo sai, io lo so già. L'ho capito in un secondo, in un attimo di sguardo e illuminazione. Io ti amerei come nessuno potrebbe mai. Come nessuno ha mai potuto. Sono solito impazzire, sono impazzito per te oggi. Non avevo capito nemmeno come ti chiamassi, che cosa studiassi, che arte praticassi. Però ti ho amata immediatamente. Cercherò, riuscirò ad averti. Questo è il pensiero di questa sera. Ti amo e non lo sai. Ti amo e non lo so nemmeno io. Un sogno il tuo sorriso. 

martedì 23 ottobre 2012

C'è una droga per noi malati d'abitudine. 
Spacciatori noi stessi, fornitori d'illusione. 
Una droga che non ha nome, una droga che agisce sul giudizio degli eventi. 
Si assume convincendosi che esista il senso, credendosi tratto di un disegno, promettendosi che il dolore pagherà il conto, prima o poi. 
Per effetto immediato, la vita diventa ovviamente ciclica. Appare una luminosa giustizia, che punirà i senz'anima e sfamerà i feriti al cuore. Si vede una salvezza, stampata su un cartello, sfocato dalla distanza, sul ciglio di questa lingua di asfalto e tempo. S'impazzisce,  ci si convince che soffrire è necessario per non soffrire più. La realtà delle azioni si colora di paradosso, si crede pur non credendo. Ma è tutto falso. È un'allucinazione autoalimentata. Non ci sarà giustizia. Non esistono regole di destino. Non c'è un destino. Perché potrebbe anche andare tutto male, continuare ad andar male. E non smettere mai. Niente si risolve per forza di eventi. È tutto casuale e in parte discendente dal nostro essere noi. 

domenica 21 ottobre 2012

Scriverò di te

Scriverò di te, e poi non lo farò più. Lo faccio perché ne sento il bisogno, perché credo sia il posto giusto per farlo. 
Io mi sono innamorato di un sorriso, quello che mi hai regalato un pomeriggio di primavera, abbracciati tra quelle quattro scrivanie di finto legno. Ridevamo e ridevamo e ridevamo. Fino alle lacrime, fino a uno sguardo colmo d'intesa. È nato tutto, per davvero, in una notte di alcol, sudore e bassi sparati al massimo. Nemmeno ricordo il momento in cui ci siamo ritrovati l'uno stretto all'altro, nella morsa del nostro primo incredibile e dimenticato bacio. Nemmeno ricordo il tempo trascorso tra quel bacio e il tuo letto, che quella notte ha visto i primi tentativi di violazione dei nostri reciproci corpi. La mia mano che inseguiva il tuo piacere, quel mare di lenzuola in tempesta, la tua pelle che cercava il fuoco sfregando contro la mia. 
Ci siamo svegliati insieme quella mattina e non ci siamo più lasciati. Il mio corpo chiamava il tuo. Le mie labbra ti guardavano e tu restituivi i tuoi occhi. Fino a quella notte nel nulla, quando ti ho spinta per farti cadere sull'erba, e circondati da quattro, cinque, sei, sette, otto, cento mura di granoturco abbiamo fatto l'amore per la prima volta. Mi guardavi felice, di un felice che sapeva di finalmente. Ci siamo rubati baci stretti, nei bagni, sui balconi, nelle auto. Ci bastava guardare nel desiderio dell'altro per capire che era il momento di scappare, di nasconderci, di piacersi a vicenda. E su quelle colline di profumi e vini, cucinati da quel sole instancabile, abbiamo capito che potevamo amarci. Potevamo amarci senza il peso delle responsabilità, senza timore di un futuro difficile. Abbiamo mangiato, bevuto, fumato, riso e fatto l'amore come se fossero tutti ingredienti di un'esaltazione unica di quegli istanti. Poi ho comprato una bottiglia del vino più buono del mondo e ti ho portata su quella lingua di pietre che timidamente sbircia nel mare. Lì ti ho detto che ti volevo, ti volevo mia e mia soltanto. Tre lacrime sono evase dalla prigione dei tuoi occhi, in quel momento. Ed è stato un ennesimo altro bacio. Un bacio ebbro e incosciente, di quelli che si danno davvero poche volte in questa vita. E in poco tempo Parigi era nostra. La Senna ci indicava la via e noi non dubitavamo della sua saggezza. Ci siamo tenuti per mano accanto a quei libri ingialliti dai giorni, lungo quelle strade di magia ed eternità. Ci siamo abbracciati sotto la pancia della Torre, e Dio sa perché non siamo ancora lì, soffocati da quella stretta, fottuti da quella fottutamente romantica atmosfera. 
Poi tutto è cambiato. Quel treno interrotto ci ha riportati a casa, e non solo. Ci ha portati via dalla bellezza di quei giorni, mi ha riportato ad essere solo, ancora una volta. Perché tu su quel treno piangevi, e alle tue spalle gli alberi si mescolavano ai tralicci, le case alle montagne. E tu piangevi e mi stringevi e io ti ho detto quello che dovevi sentirti dire. Che sarebbe andato tutto bene, che tutto si sarebbe risolto. Che in fondo era normale non essere del tutto felici. Che sentirsi mancanti è la condizione ordinaria del nostro essere umani. Tu mi rassicuravi, con i tuoi straordinari baci e i tuoi occhi luccicanti. Io ti ho creduto, come se fossi appena nato, come un alieno giunto da poco su questo mondo, ignaro di come vanno sempre le cose. Ma tu piangevi troppo spesso e troppo spesso i tuoi occhi non luccicavano più. Finchè non hai più guardato le mie labbra, che preferivi ai miei occhi. Ma mi hai guardato negli occhi, dimenticando le labbra, e hai detto che quella era la fine. Io le tue labbra le guardo ancora, ogni tanto, di nascosto, di profilo. Tu non lo sai. Tu ora baci lui. Tu ora fai l'amore con lui. Tu ora ridi con lui. Tu ora viaggi con lui. Io non ti saluto più, non reggo il peso del tuo sguardo. 
Ho scritto di te, non lo farò più.

venerdì 5 ottobre 2012

Il mio colore preferito

La sensazione è che tutte le donne che mi hanno fatto del male stiano contemporaneamente vivendo momenti felici e completi. Hanno tutte trovato l'amore della loro odierna vita. Hanno tutte un sacco di cose da dire, di esperienze da raccontare. Hanno cambiato città, amici, studi, lavoro, interessi, colore preferito. Hanno quello che da sempre cercavano, e che hanno trovato anche attraverso la mia necessaria sofferenza. Sono stato per tutte un passaggio, mai un arrivo. Anche se loro, tutte, mi giuravano il contrario. Ho sempre rispettato la loro scelta, pur non credendo mai alle loro motivazioni. E tutte si sono rifatte vive, strisciando ai miei piedi, cercando quel perdono e quell'assoluzione dal peccato d'amore che potesse slegarle dai loro sensi di colpa. Quei sensi di colpa che loro stesse avevano sottovalutato. Illuso da tutte. Abbandonato da tutte. Richiesto come aiuto da tutte. 
Ora sorridete, viaggiate, baciate. Io sono sempre qui, ancora qui. Quello di prima, più o meno con gli stessi amici e lo stesso colore preferito. 
Perlomeno, spero di esservi servito abbastanza.

mercoledì 26 settembre 2012

Ecco la scala, in ordine crescente.

Fumo di Pall Mall esce dalla mia bocca. Bocca che ha baciato troppe bocche. Bocche buone per tante cose, a volte anche per baciare. Poche volte. Più spesso portate a promettere ciò che non si può promettere. È la vita, non me ne faccio certo un motivo di lamento. Sarebbe esagerato. Esagerato, come tutte queste ultime preoccupazioni che sembrano tutti avere. 
Eccitazione, felicità e serenità. Ecco la scala, in ordine crescente. 
L'eccitazione è quella che provi tu, ora, tra le sue braccia. Non più le mie. È l'eccitazione della nuova novità. È simile all'eccitazione maschile, ma è di stato. È come un turgido pene che comanda le scelte e le sensazioni, per un breve lasso di tempo. È come un'erezione, destinata a svanire. La stessa che abbiamo avuto insieme, quei giorni in Toscana. Pensavamo entrambe di aver superato le nostre paure. Paure opposte, ma pur sempre paure. Ma era solo eccitazione, non era felicità nè serenità. Era la bellezza improvvisa di una situazione prima nemmeno immaginata. Era tante cose, tante cose mortali. Precocemente mortali. E infatti tutto è finito, come un'erezione, come una scopata occasionale. E l'uomo sei stata tu, non io. L'uomo figlio del momento, senza complicazioni mentali. Io sono stato la donna, quella che prima, almeno un po', ci ha pensato. Ma non importa, ci dimenticheremo l'uno dell'altro. 
La felicità è tutt'altro. È allo stesso modo mortale, estremamente mortale. È rapida, come una carezza che non diventa abbraccio. Non è indipendente, ma fiorisce dalla serenità. È più che un'eccitazione, dunque. Ha a che fare col puro, con l'abbaglio di eterno. Poche volte ho provato felicità, e sempre per brevi istanti. Come tutti, ma pochi l'hanno già compreso. Felicità.
La serenità è la mia ambizione. È uno stato emozionale calmo e sorridente. È la condizione di vita legata allo scopo finale. Solo la serenità può essere eterna, e fecondare il cuore per la felicità. Ecco qual è il mio fine, che ho cercato e cerco tuttora di raggiungere attraverso di voi, donne della mia vita. Non è bisogno d'amore, non è astinenza d'affetto. È puro desiderio di serenità. Di base solida e duratura. 
Quante cose vorrei scrivere oggi. Ma mi fermo qui, ho paura di ripetermi. Dolce notte a te. 

giovedì 13 settembre 2012

Noi siamo vivi, voi avete paura

Nascondetevi dietro il vostro utilizzato disprezzo. Credeteci immaturi, ingenui, superficiali. Andate a letto tranquilli, convinti che tanto non ne valeva la pena. Pensateci tristi, affranti, finiti. Convincetevi di aver capito almeno qualcosa di questa vita, di aver fatto qualcosa di buono. Oppure, a vostro piacere, affossatevi sotto i vostri presunti problemi, le vostre pesantissime eredità. 
Rigirate la clessidra dei sensi di colpa e aspettate che sia di nuovo colma. 
E nel frattempo fottetevene del mondo, di noi idioti del presente. Tranquillizzatevi avendo pena della nostra pochezza, cancellando la macchia delle nostre parole. Rifugiatevi nell'inevitabilità del fato, nell'onnipotenza del destino.
Fate tutto questo e andate a dormire tranquilli.
Noi forse piangeremo, ma non vi rimpiangeremo. 

Noi conoscevamo il rischio e ne abbiamo accettato il pericolo. Noi vi dimenticheremo, perché siamo già nella vita.
Noi siamo vivi, voi avete paura.

Milano

È difficile non perdere la fiducia nelle persone, a Milano. Sembra che a nessuno freghi niente di nessuno. Le persone non ti salutano, nemmeno se le saluti tu per primo. Entro nei bar, nelle tabaccherie, nei cinema, nei locali. Cerco sempre di avere un atteggiamento solare, anche quando vorrei mandare affanculo tutti. Saluto, chiedo quello che desidero, mai mancando di dire "per favore" e "grazie"
Di fronte mi trovo muri a secco, grigi e impassibili. Sembrano quasi infastiditi dalla cordialità. Ci tengono a farti capire che a loro, di te, non importa nulla. Potresti anche prendere il resto, uscire dalla porta ed essere scippato. Loro non muoverebbero un dito. È come essere in un'enorme teca di aria pesante, cemento e merda.
Esci, vai a fare una passeggiata. Noti una persona interessante, ti avvicini, provi a rompere il ghiaccio. E quella ti guarda male, anzi, ti guarda stupita, come se fossi entrata di nascosto in casa sua. A Milano non c'è differenza tra essere chiusi in una stanza o essere nel centro di una piazza. Le persone camminano in solitari corridoi frutto della loro mente concentrata e relativamente assente. Potrebbe succedere qualsiasi cosa in qualsiasi momento. Loro rimangono impassibili. Forse gettano un'occhiata, ti giudicano in silenzio e riprendono a camminare. A Milano i complimenti sono più vicini alle offese. È come se debba sempre esserci qualcosa dietro, di sporco, di losco, di brutto. Perché quello mi sta parlando? Perché quello mi ha sorriso? A Milano vedi ragazze e ragazzi seduti sul bordo del marciapiede, che piangono perché sono stati appena scaricati. Non una persona che si fermi, che s'interessi di quelle lacrime, destinate a scorrere in un cazzo di tombino sporco di sangue di piccione. Stare tra la gente, a Milano, è come stare da soli. I confini spaziali creati dalle persone non permettono scambi, non permettono stimoli nè novità. Ognuno pensa per sè, al massimo sgancia cinquanta centesimi a un barbone. A Milano ragazzi e ragazze, ma anche uomini e donne, prendono per il culo i venditori di rose. Li scherniscono, come i nazionalsocialisti con gli ebrei. È la stessa cosa. Milano è una città razzista, dove nessuno può essere razzista. Ti rimproverano se t'incazzi con lo zingaro che ti ha ripulito la casa, e poi si fanno problemi a mangiarsi un kebab alle 3 di notte, a sedersi in una pizzeria con camerieri cinesi, a regalare una birra a un morto di fame, a parcheggiare davanti alla mensa dei poveri.
Milano è una città di merda. È il fulcro del vizio, del puttanismo, della strafottenza, del vanto, dell'umiliazione, del mors tua. A Milano si vive da soli.

lunedì 30 aprile 2012

Svegliatevi

Volete sapere tutto? È un sentirsi soli in mezzo a cumuli di persone. Soli nella ricerca del bello, del semplicemente straordinario. Tutti mi sembrano avere poche reali preoccupazioni, e nonostante questo sputano vittimismo a ripetizione. Si lamentano, le donne, di non trovare un uomo. Quando l'uomo, soltanto quale luna fa, ce l'avevano tra le braccia, avvolto nel lenzuolo stirato dalla loro mamma. Quello stesso uomo che hanno poi scaricato dalla macchina, in una di quelle poche sere in cui si sono credute, per una volta, con le chiare idee in testa. Io non credo di avere più problemi di molte altre persone. Anzi, credo di averne meno della media. Una media falsata da tutti questi nuovi poverini, che in realtà potrebbero avere tutto e per questo, solo per questo, sono comodi nel loro autosostenuto stato di mancanza. C'è questa sporca moda di buttarsi giù, di spiaccicarlo su internet di modo che tutti possano saperlo e che qualcuno possa scrivere il contrario. Perchè queste persone rincorrono un'autostima che non hanno, e forse nemmeno a torto. Io mi sono stancato di conoscere piccole anime. Dov'è la O di originale? Dove la S di sorprendente? Dov'è finita la I di interessante? Quanti pochi umani vale la pena di conoscere, oramai? È possibile che si accontentino tutti di così poco, quando le possibilità di ottenere il superbo sono così reali? 
Ma forse anch'io mi sto lamentando. Forse sto facendo la stessa cosa. Ma alcuni comportamenti, troppe scelte mi sembrano lontane da una possibile comprensione. È davvero così difficile capire se ci piace una persona? A me non sembra. Eppure a qualcuno non sono bastati mesi. Veniamo messi in prova, e non alla prova. Una schifosa concezione dell'amore da soddisfatti o rimborsati. Rimborsati loro, per ora. Ora che non sono in grado di capire cosa hanno perso. Ora che non hanno ancora lo stimolo di versare lacrime che, prima o poi, verseranno. Sono sfiduciato nei confronti della maggior parte del genere umano. Si percepisce, credo. Poi vengo a sapere di inutili storie infinite. Aperte, chiuse, riaperte, richiuse. Perchè? È così difficile aspettare una nuova occasione? Questi individui preferiscono l'usato sicuro. Perchè è, per l'appunto, sicuro. Sicurezza. È possibile che a vent'anni si desideri questo tipo di sicurezza? Se non ci si ferisce ora, quando sarebbe giusto farlo? Quando non ci sarà più il tempo di rialzarsi? Non sono di questa idea. E ancora, persone che si scopano gli ex amici dei loro ex amanti. E il primo ex è conseguente al secondo. Mi fate pena, mi fate tristezza. Come si può rinunciare così presto alla ricerca del bello? Non si dovrebbe mai smettere di ambire alla perfezione, che essa sia realisticamente attuabile o meno. Svegliatevi, tutti. 

sabato 31 marzo 2012

Porta Genova

Vi guardo attraverso il parabrezza. Avrete poco più di diciotto anni, tu e tu. Davanti a me e alla stazione vi baciate con forza, spingendo la bocca dell'uno contro quella dell'altra, sfregando le lingue e scambiandovi litri di saliva. Gli amici della vostra compagnia parlano e si sorridono, ma non si curano di voi. Nessuno lo fa, a parte me. E a voi non importa.
Non sapete ancora niente, mentre io sì. Non immaginate che questa sarà solo uno degli amori della vostra vita. Sarà solo uno dei baci fuori da una stazione. Vi amate, vi lascerete, vi odierete, vi dimenticherete. Tu ne prenderai un'altra, tu un altro. E altri ancora. E vi bacerete altrettanto ardentemente, oppure sempre meno. Farete l'amore nelle auto, nel letto dei vostri genitori, nei cessi del multisala, per terra, nel mare, in un giardino. Penserete ogni volta che sarà l'ultima, e non lo sarà mai, almeno per un po'. Non sapete che quegli amici, ora vicini a voi, perderanno interesse e non vi chiameranno più. E presto a voi non peserà più. E vi dimenticherete, l'uno dell'altra, l'una dell'altro. Non sapete niente di tutto questo, di ciò che è lì ad aspettarvi, con la bava alla bocca. Non sapete niente e continuate a baciarvi, con la violenza degli ingenui. Di fronte alla stazione, per nulla stupita. Ne ha visti tanti, lei, di baci così. 
Non è che sia poi questa grande novità.