domenica 21 ottobre 2012

Scriverò di te

Scriverò di te, e poi non lo farò più. Lo faccio perché ne sento il bisogno, perché credo sia il posto giusto per farlo. 
Io mi sono innamorato di un sorriso, quello che mi hai regalato un pomeriggio di primavera, abbracciati tra quelle quattro scrivanie di finto legno. Ridevamo e ridevamo e ridevamo. Fino alle lacrime, fino a uno sguardo colmo d'intesa. È nato tutto, per davvero, in una notte di alcol, sudore e bassi sparati al massimo. Nemmeno ricordo il momento in cui ci siamo ritrovati l'uno stretto all'altro, nella morsa del nostro primo incredibile e dimenticato bacio. Nemmeno ricordo il tempo trascorso tra quel bacio e il tuo letto, che quella notte ha visto i primi tentativi di violazione dei nostri reciproci corpi. La mia mano che inseguiva il tuo piacere, quel mare di lenzuola in tempesta, la tua pelle che cercava il fuoco sfregando contro la mia. 
Ci siamo svegliati insieme quella mattina e non ci siamo più lasciati. Il mio corpo chiamava il tuo. Le mie labbra ti guardavano e tu restituivi i tuoi occhi. Fino a quella notte nel nulla, quando ti ho spinta per farti cadere sull'erba, e circondati da quattro, cinque, sei, sette, otto, cento mura di granoturco abbiamo fatto l'amore per la prima volta. Mi guardavi felice, di un felice che sapeva di finalmente. Ci siamo rubati baci stretti, nei bagni, sui balconi, nelle auto. Ci bastava guardare nel desiderio dell'altro per capire che era il momento di scappare, di nasconderci, di piacersi a vicenda. E su quelle colline di profumi e vini, cucinati da quel sole instancabile, abbiamo capito che potevamo amarci. Potevamo amarci senza il peso delle responsabilità, senza timore di un futuro difficile. Abbiamo mangiato, bevuto, fumato, riso e fatto l'amore come se fossero tutti ingredienti di un'esaltazione unica di quegli istanti. Poi ho comprato una bottiglia del vino più buono del mondo e ti ho portata su quella lingua di pietre che timidamente sbircia nel mare. Lì ti ho detto che ti volevo, ti volevo mia e mia soltanto. Tre lacrime sono evase dalla prigione dei tuoi occhi, in quel momento. Ed è stato un ennesimo altro bacio. Un bacio ebbro e incosciente, di quelli che si danno davvero poche volte in questa vita. E in poco tempo Parigi era nostra. La Senna ci indicava la via e noi non dubitavamo della sua saggezza. Ci siamo tenuti per mano accanto a quei libri ingialliti dai giorni, lungo quelle strade di magia ed eternità. Ci siamo abbracciati sotto la pancia della Torre, e Dio sa perché non siamo ancora lì, soffocati da quella stretta, fottuti da quella fottutamente romantica atmosfera. 
Poi tutto è cambiato. Quel treno interrotto ci ha riportati a casa, e non solo. Ci ha portati via dalla bellezza di quei giorni, mi ha riportato ad essere solo, ancora una volta. Perché tu su quel treno piangevi, e alle tue spalle gli alberi si mescolavano ai tralicci, le case alle montagne. E tu piangevi e mi stringevi e io ti ho detto quello che dovevi sentirti dire. Che sarebbe andato tutto bene, che tutto si sarebbe risolto. Che in fondo era normale non essere del tutto felici. Che sentirsi mancanti è la condizione ordinaria del nostro essere umani. Tu mi rassicuravi, con i tuoi straordinari baci e i tuoi occhi luccicanti. Io ti ho creduto, come se fossi appena nato, come un alieno giunto da poco su questo mondo, ignaro di come vanno sempre le cose. Ma tu piangevi troppo spesso e troppo spesso i tuoi occhi non luccicavano più. Finchè non hai più guardato le mie labbra, che preferivi ai miei occhi. Ma mi hai guardato negli occhi, dimenticando le labbra, e hai detto che quella era la fine. Io le tue labbra le guardo ancora, ogni tanto, di nascosto, di profilo. Tu non lo sai. Tu ora baci lui. Tu ora fai l'amore con lui. Tu ora ridi con lui. Tu ora viaggi con lui. Io non ti saluto più, non reggo il peso del tuo sguardo. 
Ho scritto di te, non lo farò più.

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