E’ una notte dei miei diciotto anni. Gli anni che si dovrebbero vivere in fondo, gli anni che non ritornano più, gli anni che non bisognerebbe rimpiangere, gli anni che bene o male bisogna pur affrontare, perché vita è somma evidenza, inscindibile realtà perfino nella morte. Sono anni di bianchi vuoti. Sono anche anni di gargantuesche felicità, tali nel momento che segue il loro sfavillio primordiale e che precede la loro fatua dissolvenza. E più è buio, più la luce sembra chiara. Perché il finale è sempre lo stesso. Sei tu il mio finale, amore possente. Sei tu che risorgi prima di morire. Perché morire, tu, non puoi. Il correrti dietro traccia l’unica via che dalla mia alba porta all’inevitabile mio tramonto. Se solo quella stella del mattino si soffermasse sulla mia testa, cancellando l’ombra del corpo e del cuore più leggero, invece di disegnare rapidi archi nella soffocante vastità dell’azzurra coperta che si stende sul nostro mondo. Se solo le tue fisiche labbra incontrassero le mie fisiche labbra. Se solo un atomo dell’universo fosse testimone per un giorno della soddisfazione del mio sentimento d’amore. Se solo questo accadesse, sarei incatenato dall’eterna libertà di chi crede di aver fatto tutto, ma non ha fatto nulla. Ma che importanza ha questo, in confronto al prorompente desiderio, insito in ogni goccia del mio sangue, di averti mia per il giorno più sensato?
Non esistono segni. Nulla ci è dato. E’ possibile sprecare l’unica grande occasione. Sperare non dà garanzie di riuscita. Fermare questo dolce male, amore, io non posso.
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